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Ultimamente i miei fine settimana scorrono all’insegna dell’ignoranza e della superficialità, per scacciare i fantasmi della mia depressione, tanto alimentata dallo stress settimanale. E’ così che ieri mi sono persa una notizia estremamente triste: Alda Merini è morta, ieri. Anziana tempesta di pensieri, consunta da un tremendo male alle ossa, Alda è stata uno di quei personaggi che spesso mi dimenticavo esistesse, penso, anche, per non stare ad osservare fuor di misura, un ritratto che troppo spesso mi sembrava uno specchio, con le troppe similitudini che ci accomunavano. Ma poi bastavano un aforisma letto da qualche parte o una fugace apparizione in TV per riportarla intensamente alla mia attenzione. (intendiamoci, non mi paragono alla poetessa, ma alla donna fragile e disturbata. Sia chiaro che sono fermamente conscia di non essere neppure in grado di leccare le suole della sua arte)
Alda era *la* poesia, vaga impertinente prepotente e ammaliatrice. Un cuore di bimba con mille scorze impenetrabili, che aveva la capacità di cantare la canzone del mondo, così come quella di suonare la nota di ogni anima che avesse intorno. Senza peli sulla lingua, senza freni e senza pudore, si stracciava le vesti d’innanzi ai propri lettori, mettendo a nudo la propria sofferenza, asettica come un bisturi, rovente come una brace abbandonata ad ardere in mezzo alle ceneri altrui. Alda era la sofferenza tramutata in canto, sanguinante di liriche atrocità. Alda mi mancherà, seppur mi facesse paura, talvolta, leggere i suoi scritti.
ELOGIO ALLA MORTE - Alda Merini
Se la morte
Fosse un vivere quieto,
Un bel lasciarsi andare,
Un'acqua purissima e delicata
O deliberazione di un ventre,
Io mi sarei già uccisa.
Ma poichè la morte è muraglia,
Dolore, ostinazione violenta,
Io magicamente resisto.
Che tu mi copra di insulti,
Di pedate, di baci, di abbandoni,
Che tu mi lasci e poi ritorni
Senza un perchè
O senza variare di senso
Nel largo delle mie ginocchia,
A me non importa
Perchè tu mi fai vivere,
Perchè mi ripari da quel gorgo
Di inaudita dolcezza,
Da quel miele tumefatto
E impreciso
Che è la morte di ogni poeta
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 16:59 |
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Erano … due anni che l’aspettavo. Ho rotto talmente tanto i marroni al mondo intero, con la sua musica e il mio entusiasmo per la sua musica, che le mie colleghe, per il mio da poco passato compleanno, mi hanno regalato due biglietti - anche per l’agrodolce metà - per il suo concerto (il piccolo dettaglio che io li avessi già, due biglietti, e per cui hanno buttato via i soldi, lo lasciamo perdere. E’ l’intenzione, che conta)
In ogni caso ieri sera ero a Villa Arconati, per Regina Spektor e non mi aspettavo certo l’affluenza riscontrata. La tensostruttura era gremita di un pubblico vasto ed eterogeneo, che, a giudicare dalle targhe delle auto nel parcheggio, arrivava da parecchie parti del nord-centro Italia. Sorpresa positiva!
Mi aspettavo, invece, purtroppo, la noia mortale della cantante di supporto, ‘Joan As A Police Woman’, che per fortuna ha suonato meno di un’ora.
Poi è arrivata lei. Piccina picciò, carina e rotonda, sorridente e timida. Regina ha voce da vendere, con un’estensione immensa e un tono dolce e drammatico a tratti, giocoso e frizzante in altri. Suona il piano, lo dico da profana, come se fosse nata facendo quello. Riesce ad infondere un’energia folk nelle sue inusuali ballate che spazzola via istantaneamente ogni dubbio di noia. Esperimenti jazz, richiami hip-hop e ispirazione dalle sue origini ebreo-russe ne fanno una cantautrice fresca, innovativa, splendidamente propositiva.
Il suo nuovo album è uscito da poco e poco lo conosco, però dal vivo mi ha fatto venire voglia di conoscerlo di più. E i brani tratti da “Begin to hope” mi hanno ammorbidito il cuore. Après Moi mi ha fatto venire la pelle d’oca, con i quaranta gradi che c’erano sotto il tendone. Samson è vibrato sulla superficie delle mie lacrime e That Time l’ho cantata a squarciagola insieme a lei.
Un’ora e mezza di concerto indimenticabile che, oltre al resto, mi ha fatto scoprire il maschio alfa che risiede nell’agrodolce metà. L’agrodolce metà ha un cuore di burro. E’ buono, comprensivo, sensibile ed empatico. E ama Regina Spektor quasi quanto me (un po’ la ama perché la amo anche io, e questo è ancora più bello). Dietro di noi si sono piazzati, più o meno a metà concerto, due ragazzetti idioti che continuavano a parlare ad alta voce. Veramente fastidiosi. Io ho messo su lo sguardo truce e mi sono girata un paio di volte occhieggiandoli furiosamente, ma non ho di fatto ottenuto nessun risultato. L’agrodolce metà, quindi, si è girato, ha detto “Se dovete parlare, andate la fuori. Qui date fastidio. Non voglio doverlo ripetere.” zittendo istantaneamente i due svantaggiati, che hanno fatto il resto del concerto seduti composti, fissando il palco, senza più aprire il becco. Una scena da film. Quando, finito il concerto, mi sono messa a prenderlo un po’ in giro, dicendogli che lui dice sempre che quella cattiva sono io, ma in realtà si rivela essere lui, lui ha specificato “No, ti sbagli. Io dico che tu FAI la cattiva. Io, invece, SO di essere pericoloso.”
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 15:56 |
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Con questa testa affollata di pensieri fatico a concentrarmi, nel periodo dell’anno che richiede, da parte mia, un surplus di concentrazione fuori dalla norma.
La paura di soccombere allo stress è immensa, perché diciamocelo, è proprio in queste fasi di impegno elevatissimo, che il mio sistema di carte sgualcite crolla su se stesso, solitamente. Sono diventata più aggressiva, basandomi sul vecchio adagio che la miglior difesa è l’attacco; di conseguenza, se chi mi si para davanti porta con sé ansia e preoccupazioni, io aggredisco, per allontanare, tamponare, evitare. Non voglio e non devo sottostare alle dinamiche altrui, perché quello che ne dipende è la mia salute. Intendiamoci, non è che senza stress io possa guarire. La malattia c’è e lì rimane. Però è sopita, non disturba, non s’impone, se non, come ha già dimostrato più d’una volta, quando io mi sottometto alle altrui necessità e indebolisco le difese.
Si parla, quasi interamente, di necessità lavorative. Il mio ruolo è sovraesposto a molteplici coinvolgimenti, proprio nel momento in cui le energie mancano, dopo un anno di corse ed impegni ordinari, che comunque sanno spremermi discretamente. Però, non è solo il lavoro. Quando sono stanca (e SONO stanca) le lievi preoccupazioni si tramutano in cumuli insormontabili di paure e angosce; le generiche insofferenze altrui (anche gli altri SONO stanchi) le vivo come se fossero attacchi feroci alla mia persona. Così mi difendo, con le unghie e con i denti, facendo disastri, offendendo animi docili, lacerando rapporti solidi, ostruendo canali di comunicazione altrimenti sgombri e cristallini.
In tutto questo, io affollo ulteriormente la mia testaccia dura di pensieri che, se da una parte distraggono, di certo dall’altra non aiutano a mantenere la concentrazione necessaria a: 1. Non perdere il lavoro, 2. Non perdere la salute, 3. Non perdere il senno. Ma non posso farci nulla. Fuori da queste tristi mura che trasudano empietà (sì sì, io ammiro e apprezzo la società per cui lavoro) io ho una vita, due vite, molteplici vite, ognuna declinata per ogni singola personalità che si agita dentro la mia psiche. E l’entourage che le affolla mi fa pensare, mi fa desiderare, mi fa arrabbiare, mi sconcerta, mi atterrisce, mi esalta, mi comprende, mi rinnega, mi supporta e mi sopporta. Ed è a loro che io mi avvinghio quando sono stralunata dalla paura di fallire. E’ a loro che rivolgo una richiesta di aiuto o uno sfogo violento. E’ a loro che io penso, intensamente, continuamente, costantemente. A volte loro non lo sanno, ma affollano la mia mente con volti, frasi, ricordi, speranze e illusioni. E sono loro che spesso mi fanno sconfiggere le paure irrazionali e le angosce viscerali.
Quindi ben vengano i pensieri ad intasarmi le sinapsi. Ben vengano i desideri inappagati e le liti furibonde. Siano benaccolti sostegni e scontri. Continui a turbinare questa strana, incompleta, vacillante, molteplice vita.
You say you don't want it
Again and again
But you don't, don't really mean it
You say you don't want it
This circus we're in
But you don't, don't really mean it
You don't, don't really mean it
Tour di Joe R. Lansdale in Italia per presentare il suo nuovo romanzo, “Sotto un cielo cremisi”, in uscita in libreria il 22 aprile:
Domenica 26 aprile:
ore 12.00: Libreria Nuova Europa, centro commerciale I Granai, via Rigamonti, 10 - Roma
ore 18.00: Libreria Fanucci, piazza Madama, 8 - Roma
Lunedì 27 aprile:
ore 18.00: Libreria Feltrinelli, via Appia Nuova, 427 - Roma
Giovedì 30 aprile:
ore 11.00: Libreria Feltrinelli, via Melo 119 - Bari
Lunedì 11 maggio:
ore 14.00: Libreria Egea, via Bocconi 8 - Milano
ore 18.00: Libreria Feltrinelli, corso Aldo Moro, 3 - Varese
Martedì 12 maggio:
ore 17.30: Libreria Feltrinelli, via XX settembre, 21 - Pavia
Potrei anche farmi una tripletta e fare Milano, Varese e Pavia in due giorni... questo ed altro, per Zio Joe!
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 15:08 |
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Domani, invece, io e l’agrodolce metà festeggiamo i 13 anni di … fidanzamento? Accoppiamento? Unione degli spiriti? Insomma, di reciproca sopportazione amorosa. E come ogni anno, lo giuro, come ognuno dei tredici che ci separano da quel primo incontro/scontro fortemente etilico, ha avuto luogo la seguente, breve, significativa, conversazione:
Io – Ti ricordi che giorno è martedì?
L’Agrodolce Metà – Uhm… il nostro anniversario!
Io – Esatto, il tredicesimo.
L’AM – Ma, scusa, non era il 16?
Io – Tecnicamente, dato che erano le 4 del mattino, era il 17. Comunque, grazie!
L’AM – Di cosa?
Io – Di lasciarmi almeno una certezza, nella vita.
L’AM – Cosa?
Io – Il fatto che, tutti gli anni, mi porgerai la stessa identica domanda.
L’AM – Ah, te l’ho già chiesto?
Io – Mi correggo, *LE STESSE IDENTICHE DOMANDE*.
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 17:32 |
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Che bello avere la giornata libera, nel senso che i capi sono tutti via e il cazzeggio, in ufficio, è selvaggio. Ho dedicato tutto il tempo a disposizione per scrivere il live report del concerto di venerdì. Amanda mi ha stregato.
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 17:53 |
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Adoro sentirmi ancora adolescente. O meglio, adoro essermi lasciata alle spalle quasi tutto il bagaglio emotivo ed emozionale dei miei anni da adolescente, ma riuscire ancora a provare quell’entusiasmo vivido e fervido che nutrivo allora. E ancora di più adoro chi/cosa riesce a riportarmi agli albori dei miei ardori.
La palma come scuoti-fervore, per il mese in corso, va a Voltaire, ovviamente solo omonimo del fu filosofo-poeta-drammaturgo-scrittore, ma altrettanto prolifico ed eclettico. Perché l’ho scoperto per un album di sue canzoni goth-folk-cabarettitiche, ma questo affascinante cubano di New York insegna arti visive, disegna fumetti, scrive libri… Così, le liriche graffianti, la musica sfarzosa, l’ironia sferzante e la creatività debordante mi hanno affascinato a tal punto da ritrovarmene invaghita all’istante, proprio spinta da quelle pulsioni che scaturiscono dall’adolescente desiderosa di qualcuno da venerare, che risiede nel mio fatiscente corpo da viziosa ultratrentenne.
Ovviamente a breve ci sarà anche un concerto, ma a Londra, la notte di Halloween, ovvero una data in cui trovare biglietti aerei low cost abbordabili, è impossibile. Vorrà dire che approfitterò di quella notte da streghe per fare un rito di evocazione, tanto per vedere se arriverà presto a Milano per un concerto.
E poi scappare con lui.
Ops, l’ho detto!
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 17:42 |
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E se fosse meglio così? E se averla persa a soli 27 anni abbia regalato all’umanità un’immortale dea della musica? E se non c’entrassero la CIA, il destino, l’eroina o il male di vivere, ma semplicemente l’Olimpo avesse bisogno di nuove leve e non potesse permetterle di mantenere le sue spoglie mortali, immolando il suo corpo per rendere eterno il suo nome?
Chissà cosa sarebbe diventata, Pearl, se fosse sopravvissuta a quell’iniezione fatale di 38 anni fa. Chissà se avrebbe venduto l’anima come la maggior parte delle “star” che sono arrivate ai giorni nostri, o se si sarebbe ritirata a vita privata, magari con un negozietto di memorabilia in Frisco, oppure sarebbe solo invecchiata, come Grace Slick (che pensa di dipingere oggi come cantava allora, va be’, ma questa è un’altra storia) o, meraviglia delle meraviglie, avrebbe continuato a cantare il suo Kozmic Blues ancora e ancora, rendendo questo mondo un po’ meno squallido.
Ho cercato le sue citazioni in rete per riproporne qui una arguta e brillante, ma è impossibile scegliere, perché in ogni sua parola ci trovo il suo blues. Così, come a quindici anni non riuscivo a spegnere lo stereo se lei stava cantando, così non riesco a decidere quali sue parole parlino meglio di lei.
Così ecco il sito in cui trovarle tutte, più o meno.
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 10:40 |
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haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 10:46 |
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Mamma: Perché hai tutti i capelli tirati indietro?
Io: Perché fa caldo e mi danno un fastidio boia in faccia!
Mamma: Sei proprio uguale a tua nonna!
Il mio cuore ha sorriso per tutto il giorno.
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 12:01 |
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Mi sono messa a giocare con quella catena stupida "gli incipit dei cinque libri che più hanno significato per te" o "che più ti sono piaciuti" o "che meglio ti ricordi", ed è saltato fuori quanto segue (con tanto di anno in cui li ho letti la prima volta)...
(1979 - questo è stato il libro, che, verso i miei 7 anni, mi ha fatto capire che leggere era davvero divertente.)
Eravamo in quattro - George, William Samuel Harris, io e Montmorency. Eravamo seduti nella mia stanza, fumando e parlando di come eravamo messi male - intendo messi male da un punto di vista medico, ovviamente. Ci sentivamo tutti giù di morale, e la cosa ci preoccupava molto. Harris disse che a volte veniva sopraffatto da attacchi di vertigine così forti da non sapere più cosa stava facendo; e allora George disse che anch'egli soffriva di attacchi di vertigine da non sapere più cosa stava facendo. Per quanto mi riguardava, era il mio fegato ad essere in disordine. L'avevo saputo leggendo le indicazioni di una confezione di pillole per il fegato, in cui erano descritti i diversi sintomi dai quali si più capire di avere il fegato in disordine. Io li avevo tutti.
J. Klapka Jerome - Tre uomini in barca
(1981 - questo è il libro che mi ha fatto amare la radio, perché l'ho ascoltato per un'estate intera)
Fu il 15 di giugno del 1767 che Cosimo Piovasco di Rondò, mio fratello, sedette per l'ultima volta in mezzo a noi. Ricordo come fosse oggi. Eravamo nella sala da pranzo della nostra villa d'Ombrosa, le finestre inquadravano i folti rami del grande elce del parco. Era mezzogiorno, e la nostra famiglia per vecchia tradizione sedeva a tavola a quell'ora, nonostante fosse già invalsa tra i nobili la moda, venuta dalla poco mattiniera Corte di Francia, d'andare a desinare a metà del pomeriggio. Tirava vento dal mare, ricordo, e si muovevano le foglie. Cosimo disse: - Ho detto che non voglio e non voglio! - e respinse il piatto di lumache. Mai s'era vista disubbidienza più grave.
Italo Calvino - Il barone Rampante
(1984 - questo è il libro che mi ha fatto guardare oltre lo steccato di Tom...)
La scena di questa cronaca è la cittadina di Dawson's Landing, sulla sponda del Mississippi dal lato del Missouri, a mezza giornata di viaggio, in vaporetto, a sud di St. Louis.
Nel 1830 era un piccolo agglomerato compatto di modeste case di legno a uno o due piani, con le facciate a calce seminascoste da un groviglio di rose rampicanti, di caprifogli e di campanule. Davanti a ogni casa c'era un giardinetto recintato da una staccionata bianca e riccamente fiorito di malvarose, calendole e altri fiori che usavano allora, e sui davanzali si allineavano cassette di legno e vasi di terracotta, dove cresceva una varietà di geranio dal colore rosso intenso che accendeva come una vampata sulle facciate rivestite di rose. Quando sul davanzale, oltre ai vasi e alle cassette, c'era spazio per il gatto, il gatto era lì, nelle giornate di sole, sdraiato in tutta la sua lunghezza, sonnolento e beato, col pancino peloso al sole e una zampa arricciata intorno al naso.
Mark Twain - Wilson lo svitato
(1988 - questo è stato il mio approccio individualista alla fantascienza e al fantasy)
Io conosco un posto dove non esiste né lo smog né il problema del parcheggio né l'esplosione demografica... né la Guerra Fredda né le bombe all'idrogeno né i caroselli televisivi... né le Conferenze al vertice, né gli aiuti all'estero, né le imposte indirette... neppure le tasse sul reddito. Il clima è simile a quello che la Florida e la California si vantano di possedere (e non hanno), il panorama è incantevole, gli abitanti amichevoli e ospitali con i forestieri, le donne sono bellissime e compiacenti...
R.A. Heinlein - La via della gloria
(1992 - questo è stato il primo libro che mi ha fatto piangere)
Nei giorni di cielo coperto Robert Neville non era mai sicuro del tramonto del sole e capitava che loro uscissero in strada prima del suo rientro.
Se fosse stato più analitico, avrebbe saputo prevedere il loro arrivo con una certa approssimazione; ma si ostinava a mantenere l'abitudine di tutta una vita di calcolare il calar delle tenebre guardando il cielo, un metodo che nelle giornate nuvolose non funzionava. Ecco perché in quelle occasioni non si allontanava mai troppo.
Richard Matheson - Io sono leggenda
(1995 - questo è il libro che ogni donna dovrebbe leggere)
Dal momento che lo chiede con tanta buona grazia, giovanotto, io le dico: con le disgrazie basta incominciare. E quando sono incominciate, non c'è niente che le faccia fermare, si estendono, si sviluppano, come una merce a buon mercato e di largo consumo. L'allegria, invece, compare mio, è una pianta capricciosa, difficile da coltivare, che fa poca ombra, che dura poco e che richiede cure costanti e terreno concimato, né secco né umido, né esposto ai venti, insomma una coltivazione che viene a costar cara, adatta a quelli che son ricchi, pieni di soldi. L'allegria va conservata nello champagne; mentre la cachaça tuttalpiù consola dalle disgrazie, quando consola.
Jorge Amado - Teresa Batista stanca di guerra
(1997 - questo è il libro che mi ha fatto capire che io Pennac l'avrei pure potuto sposare)
Il bambino era inchiodato alla porta come un uccello del malaugurio. I suoi occhi plenilunio erano quelli di una civetta.
Loro erano sette e salivano le scale quattro a quattro. Naturalmente ignoravano che questa volta gli avevano inchiodato un moccioso alla porta. Pensavano di avere già visto tutto e quindi correvano verso la sorpresa. Ancora due piani e un piccolo Gesù di sei o sette anni avrebbe sbarrato loro la strada. Un bimbo-dio inchiodato vivo a una porta. Chi può immaginare una cosa simile?
Daniel Pennac - Signor Malaussène
(1998 - questo è il libro in cui rifugiarsi per ricercare quelle sensazioni che da adulto ti sei scordato che esistano)
E' notte e mi sveglio di soprassalto in un punto della casa. Il solaio va a fuoco. Il fumo mi asfissia. Tra meno di un mese compio dieci anni e sto già per morire. Comincia proprio bene, la vita!
E' colpa mia. Devo aver fatto "la" grossissima cavolata. Da noi, ogni volta che qualcuno fa "la" grossissima cavolata, la casa va a fuoco. Non è solo nei temi che bisogna evitare le ripetizioni. Anche negli incendi.
La prima gorssissima cavolata, è stato mio fratello Roland, a farla. Abitavamo ancora alla Grand-Rue, non molto lontano da qui. Ha dato fuoco a dei vecchi stracci in solaio per non dover tornare al Centro di formazione professionale. Le macchine dell'officina gli facevano paura.
"Taci. Se il signore dell'assicurazione ti sentisse, tuo fratello finirebbe in prigione."
Sento la voce della mamma nell'orecchio. Il destro, quello delle storie prima di addormentarmi. La mamma è sempre al mio fianco. Fluttua nell'aria, non dorme mai, vola, appare, scompare, mi si infila sotto le palpebre, nella tasca dei pantalonicini, o in cartella. Sono fortunato, ho una mamma Peter Pan.
Daniel Picouly - Il campo di nessuno
(2002 - questo libro è terribile e molto dolce)
Mi chiamavo Salmon, come il pesce. Nome di battesimo: Susie. Avevo quattordici anni quando fui uccisa, il 6 dicembre del 1973. Negli anni Settanta, le fotografie delle ragazzine scomparse pubblicate sui giornali mi somigliavano quasi tutte: razza bianca, capelli castano topo. Questo era prima che le foto di bambini e adolescenti di ogni razza, maschi e femmine, apparissero stampate sui cartoni del latte o infilate nelle cassette della posta. Era quando ancora la gente non pensava che cose simili potessero accadere.
Nel diario delle medie avevo ricopiato un verso di un poeta spagnolo, Juan Ramón Jiménez; era stata mia sorella a farmelo conoscere. "Se vi danno un foglio squadrato, scriveteci sopra dall'altro lato".
Alice Sebold - Amabili resti
(2004 - questo è il libro che mi ha fatto sentire scosse elettriche nelle dita mentre lo leggevo)
Il problema delle storie è che le racconti a giochi fatti.
Anche le telecronache di baseball alla radio, gli home-run e gli strikeout, persino quelli sono in ritardo di qualche minuto. Persino i programmi TV in diretta arrivano un paio di secondi dopo.
Persino il suono e la luce non superano una certa velocità.
Un altro problema è chi la storia la racconta. Il chi, il cosa, il dove, il quando e il perché del giornalismo. la forma che il messaggero dà ai fatti. Quello che i giornalisti chiamano Il Guardiano. Il fatto che il modo in cui si presenta una storia è tutto.
La storia è dentro la storia.
Chuck Palahniuk - Ninna Nanna
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 14:47 |
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Chi l'avrebbe mai detto che tra le squallide mura di design innovativo di questo posto triste io potessi, superati sostanziosamente i trent'anni, aver trovato un'anima tanto affine da poterla chiamare non più collega ma a pieno titolo amica?
Ebbene, come dice il suo fantasmagorico secondogenito (una versione bellissima dello Stewie Griffin di Family Guy) che, a tre anni di vita, deve ancora affinare l'arte della fonologia: "Ciuccède".
La SuperMamma ha un anno più di me, ha scelto una vita diametralmente opposta alla mia attuale (sposata, con prole, divide la villetta con giardino con i suoceri) e vive, ahimè, dall'altra parte dell'hinterland milanese. Malgrado ciò e soprattutto malgrado le nostre frequentazioni rimangano confinate all'interno dell'orario di lavoro, in questi ultimi dieci mesi ho visto crescere un reciproco sentimento di affetto spontaneo, sorretto da stima, interesse e simpatia sempre più radicati. Ormai ci basta uno scambio di sguardi per raggiungere un'intesa che non ha dell'inquietante solo perché è vibrante di sincero stupore appagato. Molto spesso ci telefoniamo nello stesso istante per chiederci la stessa identica cosa ("Caffè?" "A pranzo usciamo insieme?" "Hai visto il tal film, ieri sera?") e altrettanto spesso sviluppiamo opinioni e reazioni uguali in relazione a situazioni e persone che incrociano il nostro cammino sulla moquette dell'ufficio.
Dunque, la SuperMamma sta per fare il terzo strike. Ovviamente mi sono accorta che era incinta praticamente subito e lei si è accorta che io me ne sono accorta altrettanto immediatamente, ma ne abbiamo parlato solo qualche mese dopo, dato che già da subito non si è rivelata una gravidanza facile e la scaramanzia è ancora una presenza scomoda, in questo incerto XXI secolo.
Così per l'Earth Day sto cercando informazioni su pannolini biodegradabili (anche se l'immagine mi riempie di orrore e mi fa ricordare l'inizio di "Signor Malaussène"), metodi di risparmio energetico e riduzione di impatto ambientale legati all'allevamento di un pargolo. E questo perché quando io mi innamoro di qualcuno tendo a superare le divergenze di opinione, trovando punti di contatto e interazione, fossero anche un pannolino lavabile e un omogeneizzato prodotto con riduzione dei kg di CO2 emessi per vasetto. Perché diciamolo, fare il terzo figlio nel 2008 è un po' da ecoterroristi, anche se si viene spinti da tutte le migliori motivazioni del cuore.
Forse dire che mi sono innamorata di quest'ecoterrorista dall'utero prolifico è forse esagerato, essendo io irrimediabilmente eterosessuale, ma di certo i moti di affetto che ho nei suoi confronti e questa mia arrendevolezza nel non contestare questa decisione che normalmente considererei malsana, mi suggeriscono che l'infatuazione per questa meravigliosa madre e donna, sia un sentimento di amicizia così forte da farmi rimanere piacevolmente stordita e inebriata.
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 15:38 |
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Mi fisso negli occhi per evitare di guardarmi troppo in profondità..
Serro le narici per non inebriarmi del profumo dell'innegabile dissolutezza.
Ascolto le tue risa complici per cogliere un messaggio che anelo e temo insieme.
Lambisco in punta di pelle il confine tra la tentazione e la discesa senza freni.
Assaporo per lancinanti ed estasianti attimi il sapore speziato dell'impudica voluttà.
Sono affranta e in estasi, bramosa e sazia, tremante e impavida, arresa e risoluta.
Sono sul baratro del turbamento, con la gola serrata.
Canto a squarciagola e mi muovo da automa, facendo ciò che è giusto, ma che non desidero affatto.
Passerà questo stato di sconcerto, ma per ora nello specchio vedo uno sguardo trasognato che mi inquieta assai.
Come sail your ships around me
And burn your bridges down
We make a little history, baby
Every time you come around
Come loose your dogs upon me
And let your hair hang down
You are a little mystery to me
Every time you come around
We talk about it all night long
We define our moral ground
But when I crawl into your arms
Everything comes tumbling down
Come sail your ships around me
And burn your bridges down
We make a little history, baby
Every time you come around
Your face has fallen sad now
For you know the time is nigh
When I must remove your wings
And you, you must try to fly
Come sail your ships around me
And burn your bridges down
We make a little history, baby
Every time you come around
Come loose your dogs upon me
And let your hair hang down
You are a little mystery to me
Every time you come around
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 18:53 |
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geschlecht
... quindi DEVE venire in Italia, DEVE!
Ne va della salute mentale di chi mi sta intorno, davvero...
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 10:29 |
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commenti (1) | categoria:
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Lì, sulla destra dello schermo, il brutto ipod taroccato con le stelline viola, contiene un concentrato ai limiti del vergognoso di più di trent'anni di musica. Un distillato di pochi brani, che mi da alla testa più di qualsiasi acquavite.
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 23:48 |
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commenti (8) | categoria:
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Lavoro
Una settimana e più senza capo, a casa ammalato, potrebbe essere rilassante, se solo non ci fossero nuovi collaboratori psicotici da gestire, vecchi collaboratori e i di loro legali, psicotici uguali, da congedare, richieste internazionali da evadere, caporioni su caporioni da accontentare e la posta da presidiare, perché il capo è ahimè dotato di blackberry e ciò significa che legge le mail, risponde e comanda. Potrebbe, ma di fatto mi sono sentita un robottino caricato a molla e preso a calci per giorni e giorni.
Salute
Ah beh, quando c'è quella... Il dente s'è cariato e andava devitalizzato. Un canale l'abbiamo otturato, ma il secondo s'è schiantato e due afte ma regalato, che la guancia hanno gonfiato. Il dentista ha bestemmiato ma il canale ha liberato e l'antibiotico m'ha dato. Ora il gonfiore è ridimensionato ed il dente è sempre bucato.
Quando non c'è la salute, rimane la poesia...
Famiglia
La famiglia non te la scegli e, almeno in questo aspetto della mia vita, posso vantarmi di essere stata fortunata. Non ci sono né geni né eroi, né santi o martiri, però c'è amore, declinato in migliaia di forme e gesti. E radunarsi attorno al tavolo in quelle tre o quattro occasioni annuali è sempre un pantagruelico piacere. Più dello gnocco di zucca o dell'ossobuco alla milanese, mi sono saziata di rituali prese in giro collaudate, rimbrotti ritriti e complicità gastronomiche. Mi hanno anche strappato la promessa di andare al concerto di Avril Lavigne con la nipo... Cosa non fa, l'amore...
Cinema&Spettacolo
Fine settimana fruttuoso, rispetto al piattume degli ultimi, quantomeno.
Venerdì sera sono finalmente riuscita, dopo anni di sfortunati inseguimenti, ad assistere a Caos, dei dinamici Quelli di Grock. Uno spettacolo di teatro-danza (ma più teatro-movenza) che rimane innovativo malgrado gli anni che ha, coraggioso nei temi musicali e semplice nell'immediatezza d'impatto.
Sabato sera ho portato la dolce metà a vedere un film di fantascienza, per evitare le carnevalate ambrosiane che avremmo trovato in qualsiasi altro locale del milanese, un po' scettica ma preparata. E' andato a finire che Cloverfield è piaciuto più a me che a lui. Visione estremamente soggettiva del terrore puro causato dall'ignoto distruttivo. Nausea da riprese amatoriali a parte, l'ho trovato un'idea originale (e per favore basta paragonarlo a The Blair Witch Project...) Ecco, magari potevo aspettare di vederlo in TV ed evitare la spesa dei biglietti.
Ieri sera abbiamo smesso di rimandare ancora la visione di Sunshine, quello di Danny Boyle. Il risultato è un lieve indolenzimento della zona cervicale, dovuto a tensione spasmodica nei momenti salienti del film, insieme però ad una placida soddisfazione. Davvero ben costruito, malgrado le piccole pecche. Andava visto.
Libri&Musica
Ho finito Mattatoio N. 5 e mi sto ancora chiedendo come ho fatto senza Vonnegut fino ad oggi. Ho bevuto ogni pagina di quel libro, provando emozioni soffocanti e liberatorie, tremando e sobbalzando. Ha reso l'orrore della guerra in un modo magistrale, ha reso l'idea di cosa sia stata veramente quella carneficina inumana, è riuscito a penetrare nel mio cervello anestetizzato ed insensibile come un punteruolo rovente. Così va la vita.
Ho anche visto l'anteprima del nuovo video degli Elii. E adesso mi siedo e lo aspetto impaziente, questo Studentessi.
Mercoledì, cioè dopo domani, vado a dare l'addio a Wayne Hussey e soci. Quando mi riempivo le orecchie solo di chitarre distorte, urla disumane e batteria con doppia cassa impazzita, 20 anni or sono, erano tra i pochi a riuscire a strapparmi un sospiro e uno sguardo sognante. Li ho già visti dal vivo, ma questo è il farewell tour (vero, non alla The Cure, che oramai sono all'ottavo last tour...) e ci voglio essere. Ovviamente, ho l'onore (onere?) di poter scrivere il live report...
E sempre per quanto riguarda la scrittura, li sono accaparrata la recensione di "Alles Wieder Offen" e ora non so da che parte iniziare. Come si fa ad osannare gli dei della lamiera ondulata, gli operai della musica sperimentale, gli dei del suono industriale, senza risultare affettata, schematica e rigida? Dovrò capirlo in fretta...
Quando mi incazzo, tra le sopracciglia si forma immancabilmente una rughetta di un centimetro, un centimetro e mezzo, di altezza e di profondità variabile tra il mezzo millimetro e svariate miglia marine, risultato dell'aggrottamento selvaggio della fronte, nell'atto di reprimere gli istinti omicidi che ci scorrono appena sotto.
Questa mattina la mia agrodolce metà è riuscita a risvegliarmi dal torpore mattutino con una scarica di acida adrenalina sulfurea, provocando una mia furiosa reazione incontrollata.
Ho sbattuto tutti gli sportelli e tutte le porte e tutte le portiere che riuscivo, ma l'energia cinetica provocata dal violentissimo giramento di culo che stavo subendo non è riuscita a scaricarsi, scavando l'inesorabile rughetta del dissenso, che oggi mi torna anche comoda, perché non ho tasche e non sapevo dove mettere le monete per la macchinetta del caffè.
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 09:20 |
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Bisogna spiegarglielo, al mio lettore mp3, che deve smettere di fare commenti su come mi comporto, nel bene e/o nel male, perché poi mi sento quasi osservata, e mi inquieta...
Oggi mi ha detto:
[...]
Don't say it's easy
to follow a process
There's nothing harder
than keeping a promise
[...]
There's nothing believable
in being honest
So cover your lies up
with another promise
[...]
Grazie tante, lo sapevo anche io.
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 18:10 |
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Da Rolling Stone:
[...]So get prepped, gore addicts — Sweeney Todd, subtitled The Demon Barber of Fleet Street and set in nineteenth-century London, is ninety percent sung. And doing the lion's share of the warbling is Depp, who has never sung a note onscreen and still has the sand to take on a landmark musical by legend Stephen Sondheim that leaves trained opera stars feeling daunted. A recipe for disaster? You'd think. Instead, Sweeney Todd is a thriller-diller from start to finish: scary, monstrously funny and melodically thrilling. And Depp is simply stupendous. He's not Pavarotti and doesn't try to be, but his light baritone has clarity, timbre and emotive power. Depp erases the line between singing and acting, fusing them into something that keeps the movie blazing.[...]
Avevamo dubbi sul poliedrico talento di Johnny? Tim no di sicuro, e neppure io, modestamente!
Fra due mesi sarò costretta a trascinare un moroso riottoso al cinema per vedere un musical, ma non gli farò certo il torto di lasciarlo a casa. Tim e Johnny (e Helena, che non guasta mai) non si possono perdere. Punto.
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 00:35 |
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Domani sono a casa. E' l'unica cosa, oggi, che tiene lucida la mia mente annebbiata da:
emcirania da manipolazione cervicale
quattro ore scarse di sonno
cervello pieno di rivelazioni sconcertanti e dense di significato, ricevute ieri sera dalla mia più cara amica, che non vedevo da quasi due anni.
l'idea che questa sera DOVREI andare al concerto dei Subsonica.
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 16:33 |
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Questa notte ho pianto per la sofferta fine di un libertino consunto e annientato dalla sifilide.
Johnny riesce a farmi fare anche questo...
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 01:19 |
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Tim Burton's Nigthmare Before Chirstmas uscì nel 1993, anticipato, in sala, dal dolcissimo cortometraggio Frankenweenie. In Italia, il paese del sole, il film rimase in cartellone qualcosa come 4 giorni. Incompreso e snobbato.
Avevo 20 anni giusti, mi sentivo già adulta, già grande, già matura.
Sono entrata in sala, mi sono seduta sulla poltroncina di legno ed è iniziato il film.
Avevo vent'anni e mi sentivo di nuovo bambina, di nuovo piccina, di nuovo in grado di sgranare gli occhi e fare "Ooooh".
Ammetto di non potergli riconoscere solo meriti (Il pianeta delle Scimmie non si è evoluto e La Fabbrica di Cioccolato proprio non l'ho digerita), ma sono comunque sicura che ieri la Laguna brulicasse di uomini lupo, paperelle dentute, streghe svampite, vampiri impettiti, scheletri sincopati, gemelle siamesi, giganti buoni e nanetti cattivi, scienziati pazzi, bambole di pezza senzienti, babau danzanti e cani fantasma svolazzanti. E il re delle zucche, con balli e capriole, ne dirigeva le ovazioni per il loro più amorevole menestrello.
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 16:01 |
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"La suprema felicità nella vita è la convinzione di essere amati per quello che siamo, o meglio, nonostante quello che siamo."
V. Hugo
Aggiungerei che c'è una condizione inderogabile a questa felicità, signor Hugo: solo se chi ci ama è totalmente inconsapevole di amarci "nonostante", si può parlare di amore vero, altrimenti è solo un esercizio di stile che ci investe in pieno affetto.
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 15:43 |
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Io ho un occhio più basso dell'altro, questione di centesimi di millimetro.
La mia collega, ex-modella, ha un orecchio più basso dell'altro e un occhio più esterno dell'altro.
Marilyn Monroe era tutto un errore di calcolo simmetrico e il Cellini ha sbagliato tutte le proporzioni del Perseo.
Quindi?
Mi piacciono le irregolarità nel volto e nel corpo umano. Non tropo accentuate (così mi spaventano un poco), ma una lieve dissonanza nei tratti speculari (tipo occhi, narici, gote, tempie, angoli della bocca, orecchie, ecc.) mi trasmette serenità, equilibrio, compatibilità, coerenza.
Quando sono spaventata mi porto appena sotto il naso del mio uomo e gli guardo le narici, ammirando come la sinistra sia lievemente più larga della destra, mi perdo a guardare la disomogenità dei suoi tratti, poi cerco l'occhio più largo, non più di mezzo millimetro, che non mi ricordo mai qual è, forse il sinistro, e oltre che dalla dolcezza dello sguardo, mi lascio irretire dalla capillare discrepanza delle iridi, ritrovando la serenità fugace che ultimamente, a giorni alterni, mi abbandona per lasciare spazio ad un'attanagliante depressione insonne.
E' una ricerca di modi alternativi ai tranquillanti, per curare le mie psicopatologie.
Qualche volta, funziona.
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 18:11 |
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Lo scorso WE il mio giovane compagno (morso,fidanzato,convivente:fate voi) mi ha abbandonato per apendersi ai fianchi di una ancor più vecchia di me: la Grigna, che non è la puttana di paese, ma una solida montagna del Lecchese.
Si vede che gli piacciono vecchie, impervie, solide e ben piazzate.
Allora sto tranquilla.
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 17:21 |
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