Dieci lunghi mesi fa ho deciso di dare un taglio più o meno netto alla mia vita da epicurea, per interrompere la vergognosa scalata dei chilogrammi di sovrappeso che, nel frattempo, si era tramutato in obesità di primo livello. Più o meno nello stesso periodo, qualche settimana più tardi, la mia collega nemesi è finalmente rimasta incinta, dopo sette anni di tentativi e di patimenti. Così, mentre io diminuivo dapprima piuttosto rapidamente, poi in modo più cadenzato e regolare, lei iniziava a levitare: prima il seno, mentre il mio, come già più volte lamentato, sfioriva e si sgonfiava; poi le gambe e i fianchi, adorni giorno dopo giorno, di nuovi centimetri e rotondità; infine, ovviamente, la pancia che è riuscita a sconfiggere la naturale tensione di quell’odiosa pancia concava e ha iniziato fare spazio per l’erede in divenire. Intanto io scivolavo sempre con meno fatica in pantaloni che non avevo gettato al vento un paio di anni prima, solo per questa fissazione che ho di non buttare via nulla, ‘che un domani potrebbe servire’ e che poi, matematicamente, serve quando mi sono decisa a liberarmene; e i miei amati reggipetto americani iniziavano ad andare larghi sul torace e ad avere sempre più spazio nella coppa, dove un tempo ero costretta a stipare e strizzare tutto il mio ben degli dei. Abbiamo iniziato a scherzare: “tutto quello che perde una, lo prederà l’altra” e via di questo passo. E alla fine, per un piccolissimo scarto, è proprio così che è andata: al momento io sono a -19 kg mentre lei è a +17,5 kg e le ho promesso che le presterò i miei improbabili pantaloni di peluche rosa shocking zebrato e ce li ho davvero) mentre lei mi minaccia con improbabili tailleur D&G e JC. Mentre lei è praticamente a termine (tra settimane si scinde) io sono a metà dell’opera e il timore che quest’osmosi si inverta, quando lei tornerà ad essere l’odiosa gnocca che era prima di rimanere inguaiata, è smorzato solo dalla speranza che quello che si è instaurato tra di noi sia dettato dal principio dei vasi comuncianti e svuotandosi quindi lei, io possa riprendere a diminuire, regalandole malignamente qualche chiletto da portarsi dietro, vita natural durante.
Quando inzia ad esserci troppa polvere sui mobili, a casa mia, mi vien voglia di traslocare. Immaginiamoci, quindi, quanta voglia io abbia di mettere mano a questo blog, ora come ora...
IO: Mi fai provare i tuoi SPLENDIDI occhiali neri e viola (sic)?
COLLEGA: secondo me ti stanno bene.
IO: (li indosso)
PRINCESS: Stai benissimo! Sembri l’infermiera porca di un film porno.
Quando i complimenti arrivano, mica posso permettermi, nella mia precaria condizione fisica-psichica, di selezionarli ed accettare solo quelli che mi aggradano. Mi faccio andar bene più o meno tutto, dal “Ma non li di mostri, 36 anni, sembri molto più giovane”, che mi rincuora non poco, anche se la difficoltà delle rughe ad affiorare sul mio viso è legata all’importante presenza del malefico grasso sottocutaneo, al “che begli occhi che hai! Cos’è, una sesta?” che tutto sommato, è poco signorile a ma vuol dire che ho ancora qualche carta da giocare.
E’ per questo, penso, che l’elogio arrivatomi dalla mia splendida Princess, malgrado la solita peculiarità che contraddistingue tutto ciò che la splendida ninfetta esprime, abbia sortito il suo effetto positivo e mi abbia fatto piacere. O forse è solo che, inconsciamente, vorrei fare l’attrice.
Ultimamente i miei fine settimana scorrono all’insegna dell’ignoranza e della superficialità, per scacciare i fantasmi della mia depressione, tanto alimentata dallo stress settimanale. E’ così che ieri mi sono persa una notizia estremamente triste: Alda Merini è morta, ieri. Anziana tempesta di pensieri, consunta da un tremendo male alle ossa, Alda è stata uno di quei personaggi che spesso mi dimenticavo esistesse, penso, anche, per non stare ad osservare fuor di misura, un ritratto che troppo spesso mi sembrava uno specchio, con le troppe similitudini che ci accomunavano. Ma poi bastavano un aforisma letto da qualche parte o una fugace apparizione in TV per riportarla intensamente alla mia attenzione. (intendiamoci, non mi paragono alla poetessa, ma alla donna fragile e disturbata. Sia chiaro che sono fermamente conscia di non essere neppure in grado di leccare le suole della sua arte)
Alda era *la* poesia, vaga impertinente prepotente e ammaliatrice. Un cuore di bimba con mille scorze impenetrabili, che aveva la capacità di cantare la canzone del mondo, così come quella di suonare la nota di ogni anima che avesse intorno. Senza peli sulla lingua, senza freni e senza pudore, si stracciava le vesti d’innanzi ai propri lettori, mettendo a nudo la propria sofferenza, asettica come un bisturi, rovente come una brace abbandonata ad ardere in mezzo alle ceneri altrui. Alda era la sofferenza tramutata in canto, sanguinante di liriche atrocità. Alda mi mancherà, seppur mi facesse paura, talvolta, leggere i suoi scritti.
Ieri sono stata sopraffatta da un’improvvisa e prepotente voglia di more. Ho anche elaborato una sontuosa ricetta, ricca di licenziosi ingredienti, per impastare una deliziosa torta di more, per poi poterla consumare dissolutamente.
E’ un vero peccato che sia ineluttabilmente terminata la stagione.
Sto ascoltando l'ultimo album dei Rammstein e mi sto divertendo. Il box deluxe edition è troppo caro, altrimenti ci farei un pensierino. Non denigratemi. Per risalire dall'abisso, ci si attacca a qualsiasi appiglio.
Sono stata istruita, anni orsono, ad autodiagnosticare i primi sintomi della depressione nei miei comportamenti e nelle mie reazioni. Sono stata altresì preparata a distinguere le condizioni ambientali e i comportamenti altrui, che possano costituire un pericolo per il mio fragile equilibrio mentale.
Il clima, ad esempio. La meteoropatia esiste. Per un’anima crepuscolare come me, l’accorciarsi delle ore diurne e il cambiamento del colore della luce di questa stagione è una gioia dei sensi, ma solo se accompagnata da una riduzione delle temperature, cosa che al momento non sta avvenendo, provocandomi un disagio fisico non indifferente. Lo so, sembra un’inezia, ma anche la più grossa frana fangosa è, dopotutto, composta da granelli di sabbia.
L’alterazione delle dinamiche negli ambienti principalmente frequentati è un'altra fonte di ansia. Della mia attuale situazione lavorativa ho già discusso, qui, quindi non aggiungo altro; per quanto riguarda casa, invece, ultimamente è sempre molto molto molto vuota, perché l’agrodolce metà fra lavoro e impegni extralavorativi è spesso (e neppure troppo volentieri) assente.
Le alterazioni biochimiche del corpo non sfuggono alla lista, di certo. Già essendo donna, ho variazioni ormonali continue; aggiungiamoci la dieta e il suo lato oscuro (l’insulina, quanto mi manca, l’insulina che prima producevo a litri!) e la sofferenza data da questa stagione di cui mi sono già lamentata poco sopra.
Una volta individuati i fattori che potrebbero risultare scatenanti, so che devo mettermi in assetto da combattimento, per cercare di difendere il mio precario equilibrio emotivo. L’assetto prevede un legame affettivo solido, una tabella di marcia ben precisa, un obiettivo a breve termine e l’ossessione per un feticcio.
La prima condizione indispensabile mi tiene ancorata a terra, la seconda mi fa seguire in percorso ben tracciato, la terza mi fa guardare avanti, la quarta diventa valvola di sfogo di tutte le anomalie comportamentali che salgono in superficie.
Il funzionamento regolare di questo assetto mi permette di superare piuttosto agilmente le situazioni più rischiose, ma di fatto non è efficace al cento per cento. A volte basta una piccola spinta per farmi barcollare sul baratro del tracollo psicofisico. Come l’altra mattina, in treno. E’ bastato un malevolo sfogo, inutile e senza motivo, da parte di una megera dalla faccia color escremento fresco, sulla sottoscritta, per farmi seriamente vacillare. Chiamando repentinamente in causa il feticcio della mia ossessione momentanea, ho arginato limitatamente i danni, ma sono tre giorni che mi sento mancare il fiato e disperdo le energie in inutili sfoghi isterici. Non mi piace stare così (ma va?!) e non mi piace portarmi appresso un bagaglio emotivo riempito di purulenta cattiveria altrui, soprattutto in momenti come questi, dove già camminare dritta richiede uno sforzo encomiabile. Questa vampata di rabbia e mortificazione mi ha seriamente destabilizzato, facendomi perdere il controllo della situazione. Ho bisogno di ristrutturarmi. O forse ho solo bisogno di una brioche.
Ma che avete capito?!?! Io non c'entro. Princess e Tonty si sposeranno, quasi sicuramente, tra circa nove mesi. E stanno frequentando il corso per fidanzati. Settimana scorsa il prete che li istruisce e redarguisce (vorrei tanto essere mosca per vederli seguire almeno una lezione) li ha informati che questa settimana, invece che frequentare la canonica lezione, si sarebbero tutti recati in chiesa per "Le Quattro Stagioni". Princess è riuscita per un soffio a bloccare Tonty dall'esultare urlando "Che figata! Mangiamo la pizza al cartone sui banchi di chiesa!"
A volte sospetto che Princess si inventi questi aneddoti da raccontarmi quando mi vede triste e depressa come oggi. poi ripenso all'unico incontro che ho avuto con Tonty e mi rendo conto che non è necessario inventasi nulla, su di lui.
La dieta continua, malgrado i recenti accadimenti (ok, qualche piccolo sgarro edibile me lo sono concesso, per consolarmi un poco) lavorativi. Da febbraio ho raggiunto il considerevole traguardo di -16 kg, che considerato il periodo di vacanze, che sono state vacanze anche dalle restrizioni alimentari, e la breve ma intensissima parentesi polonaise, è un buon traguardo, nonché nuova base di partenza per la seconda fase della riduzione della massa grassa (e con questa formulina magica, mi sono assicurata un sacco di visite di casalinghe disperate e lavoratrici vituperate, unite nella lotta ai fianchi ciambellati), perché di kg devo perderne almeno altrettanti, anche a rischio di ridurre ulteriormente le mie già ridotte e afflosciate protuberanze.
Comunque, fino a qui sono stata discretamente brava e, come già annunciato qui qualche mese fa, mi sono premiata con qualche acquisto azzardato, tipo delle nuove scarpe con tacco (gran tacco), lusso a cui sono stata costretta a rinunciare anni fa e feticcio che mi ero quasi totalmente scordata. Perché, adesso inizio a ricordarmelo, più il tacco che porto è alto, più il grado di audacia nel mio modo di affrontare i rapporti interpersonali si impenna. Riassumendo in un semplice concetto, il tacco alto, mi fa zoccola (e con questa mi sono assicurata un sacco di visite da un altro tipo di utente). Analizzandomi attentamente dal momento in cui indosso la scarpa aggressiva, a quando la ripongo, mi rendo conto che non solo ancheggio vistosamente, ma proprio mi ci metto di impegno a sculettare. Ma non è solo quello. E’ proprio l’appoggiarsi con precarietà su pochi centimetri di piede, mantenendo un equilibrio effimero, ad intensificare in modo preoccupante la mia propensione all’accoppiamento selvaggio, e non per forza con il soggetto solidamente designato. So che non racconto niente di nuovo, dato che anche la splendida Lola proclama che “Il sesso è nel tacco!” a gran voc(ion)e, però aver recuperato questa sensazione sopita da anni mi euforizza e insieme mi stranisce. E mi fa venir voglia di perdera altri kg, tanto per vedere fino a che altezza di tacco riuscirò ad arrivare.
Tutto cambia, nulla cambia. Lo stravolgimento ai vertici è avvenuto senza terremoti o smottamenti. I soliti quattro burattinai hanno tirato i soliti fili e nulla sembra cambiato, visto da quaggiù. Ma dall'alto delle loro pile di denaro, potere e infamia, i padroni della baracca hanno iniziato a far rotolare le pietre che, non c'è da stupirsi, presto arriveranno a schiacciare le già stremate maestranze che attendono disincantate, a fondovalle.
Quando gli elefanti lottano, è sempre l'erba a rimanere schiacciata.
Quando sei una ragazzina adolescente ti senti un cesso, a causa dello sviluppo salterino e degli ormoni a ondate. Ti sembra che il mondo sia lì pronto a deriderti ad ogni passo, falso o giusto che sia. Hai idoli e sogni, nemici mortali e incubi. O almeno, è così che me lo ricordo io. E mi ricordo anche che durante la mia prima adolescenza uscì nelle sale italiane questo film romantico, che di “dirty” aveva proprio poco, ma che per tante ragazze come me, brutte anatroccole sgraziate e brufolose, è stato un lumicino a metà del tunnel. Baby (Frances) era bruttina e petulante (sì sì, impegnata e intelligente, coraggiosa e volitiva, ma sempre bruttina e petulante) eppure ha attirato l’attenzione di Johnny. L’ha addirittura sedotto! Guardare quel film ora mi fa un po’ ridacchiare, ma ogni volta che mi capita, della sensazione possibilista che mi diede allora, riesco ancora a sentire il riverbero. Di quello che ha fatto poi il bel Patrick, non mi ricordo di aver visto nulla, se non Point Break e Donnie Darko, ma lì era solo n attore, neppure tanto bravo. Ma il suo Johnny Castle, lo serbo gelosamente nel mio cuore di ragazzina brutta e imbranata. Addio Patrick, e grazie, per quel che te ne possa mai esser fregato.
Sono partita piena di preconcetti, livore e insoddisfazione. Sono tornata piena di baci, vodka e sorrisi.
La quattro-giorni polacca è stata, tirando le somme, una piacevole parentesi, anche se molto stancante e fisicamente probante.
Il matrimonio, sebbene la mia opinione sul novello sposo rimanga invariata, è stato piacevole e gustoso. La vodka polacca è una martellata sulle meningi, ma il mio fegato, anche se adesso vira al verde fosforescente e lo si può vedere di notte, ha retto una quantità spropositata di distillato superalcoolico come non ne vedeva da anni, senza hangover del day after.
Ho anche ballato e cantato in polacco la canzone degli auguri (ne hanno una che va bene per tutte le occasioni). La famiglia dell’agrodolce metà mi ha regalato piacevoli sorprese (almeno una ramo … quell’altro lo considero, già da tempo, buono solo per le impiccagioni).
Sono stata redarguita da una bambina di quattro anni che considerava troppo abbondante la mia scollatura. Ho fatto parlare di vecchi ricordi lo zio che non parla mai. Ho fatto tacere di stupore il cugino che parla sempre. Ho tenuto testa al mio terribile suocero, ho fatto breccia nel cuore dei cognati polacchi. Ho individuato gli strascichi della scena goth della mia città di residenza, con cui ho già organizzato uscite ed incontri (ma poi, vedremo). Sono riuscita a guardare fuori dal finestrino dell'aereo la campagna novarese illuminata nella notte, malgrado il mio insostenibile mal d’aria.
In certi momenti mi sento ancora un po’ brilla. Ed è piacevole.
Domani parto per una quattro-giorni in terra wojtyliana per un matrimonio (il fratellone, che garbatamente disprezzo, dell’agrodolce metà, finalmente […]si sposa) di cui non me ne frega niente, a cui non vorrei partecipare, per cui mi tocca pure sborsare. Dopo le disavventure della da poco terminata vacanza, che ci hanno visto arrancare per 50 km con la moto in fiamme sotto alle mie, ridotte ma comunque esposte, chiappone sudate, quello che non mi ci voleva ora era proprio un viaggio (con relativa spesa) che non vorrei proprio fare.
... non mi succedano cose interessanti, anzi. Però non ho la forza di scriverle. Sono esaurita. Ho bisogno di ferie da tutto, me stessa e i miei pensieri compresi. Sarà difficile, ma intendo provarci. Di qui bazzicherò ancora meno. A settembre proverò a riprendere. Forse. Non riesco a pensare. Voglio solo riposare.
Con questa testa affollata di pensieri fatico a concentrarmi, nel periodo dell’anno che richiede, da parte mia, un surplus di concentrazione fuori dalla norma.
La paura di soccombere allo stress è immensa, perché diciamocelo, è proprio in queste fasi di impegno elevatissimo, che il mio sistema di carte sgualcite crolla su se stesso, solitamente. Sono diventata più aggressiva, basandomi sul vecchio adagio che la miglior difesa è l’attacco; di conseguenza, se chi mi si para davanti porta con sé ansia e preoccupazioni, io aggredisco, per allontanare, tamponare, evitare. Non voglio e non devo sottostare alle dinamiche altrui, perché quello che ne dipende è la mia salute. Intendiamoci, non è che senza stress io possa guarire. La malattia c’è e lì rimane. Però è sopita, non disturba, non s’impone, se non, come ha già dimostrato più d’una volta, quando io mi sottometto alle altrui necessità e indebolisco le difese.
Si parla, quasi interamente, di necessità lavorative. Il mio ruolo è sovraesposto a molteplici coinvolgimenti, proprio nel momento in cui le energie mancano, dopo un anno di corse ed impegni ordinari, che comunque sanno spremermi discretamente. Però, non è solo il lavoro. Quando sono stanca (e SONO stanca) le lievi preoccupazioni si tramutano in cumuli insormontabili di paure e angosce; le generiche insofferenze altrui (anche gli altri SONO stanchi) le vivo come se fossero attacchi feroci alla mia persona. Così mi difendo, con le unghie e con i denti, facendo disastri, offendendo animi docili, lacerando rapporti solidi, ostruendo canali di comunicazione altrimenti sgombri e cristallini.
In tutto questo, io affollo ulteriormente la mia testaccia dura di pensieri che, se da una parte distraggono, di certo dall’altra non aiutano a mantenere la concentrazione necessaria a: 1. Non perdere il lavoro, 2. Non perdere la salute, 3. Non perdere il senno. Ma non posso farci nulla. Fuori da queste tristi mura che trasudano empietà (sì sì, io ammiro e apprezzo la società per cui lavoro) io ho una vita, due vite, molteplici vite, ognuna declinata per ogni singola personalità che si agita dentro la mia psiche. E l’entourage che le affolla mi fa pensare, mi fa desiderare, mi fa arrabbiare, mi sconcerta, mi atterrisce, mi esalta, mi comprende, mi rinnega, mi supporta e mi sopporta. Ed è a loro che io mi avvinghio quando sono stralunata dalla paura di fallire. E’ a loro che rivolgo una richiesta di aiuto o uno sfogo violento. E’ a loro che io penso, intensamente, continuamente, costantemente. A volte loro non lo sanno, ma affollano la mia mente con volti, frasi, ricordi, speranze e illusioni. E sono loro che spesso mi fanno sconfiggere le paure irrazionali e le angosce viscerali.
Quindi ben vengano i pensieri ad intasarmi le sinapsi. Ben vengano i desideri inappagati e le liti furibonde. Siano benaccolti sostegni e scontri. Continui a turbinare questa strana, incompleta, vacillante, molteplice vita.
Strappo il velo dell’accidioso silenzio per festeggiare una piccolissima vittoria contro la forza di gravità. Con la perdita di 13 kg di schifoso sovrappeso, venerdì scorso, ho potuto permettermi di nuovo di indossare un meraviglioso paio di scarpe con i tacchi. Niente S&tC, sia chiaro (del resto, i tacchi a spillo 120 non mi sono mai piaciuti), ma il ritorno ai miei vecchi amori, le più ignoranti e grezze zeppe.
Da poco innamorata di un nuovo brand scoperto googlando a caso, ne sono rimasta colpita a prima vista, più per la somiglianza del logo al mio cane che per la collezione delle scarpe in sé. Questo fino a che non mi sono imbattuta in questo modello
che ha risvegliato in me quel ‘bisogno di scarpe che non vuole sentire ragioni’ (cit.).
Quindi lo scorso venerdì, dopo qualche giorno passato a rimirarle e provarle per fare solo qualche breve passo, ho deciso di marciare a passo sculettante verso la pizzata del venerdì sera su quei fantastici 10 cm di tacco, provando una gioia infantile (diciamo adolescenziale, vah) al limite del consentito.
Intendiamoci, non sto di certo asserendo di stare bene, di sembrar più magra o di non apparire piuttosto ridicola, arrampicata su cotanti trampoli, ma semplicemente che ho raggiunto una piccola meta di cui mi rallegro enormemente. E metà degli sguardi maligni incontrati in pizzeria, erano di invidia, ne sono certa!
Per chi fosse passato di qua, da quasi un mese a questa parte ,tamburellando impaziente le dita sulla tastiera e trovando il vuoto siderale dopo il 10 di maggio, comunico che sto soffrendo di accidia acuta e queste pagine sono state accantonate per un po'.
Nulla di cui preoccuparsi, sia chiaro, ma prego quei tre (?) lettori assidui (?) di questi scarabocchi di pazientare che la voglia di condividere le mie baggianate torni prepotente.
Ad esempio, tra 3 giorni è il mio compleanno ... volete che non me ne venga a lamentare anche qui?
Dopo tre mesi di dieta NON ferrea (evviva lo sgarro del finesettimana!) e un mese di attività sportiva regolare, sono riuscita a perdere 9 kg, corrispondenti al 10% circa della mia massa grassa.
Ovviamente, per l’elevato sovrappeso da cui partivo, il traguardo che per la maggior parte di voi sarebbe un risultato eccellente, per me è solo l’inizio di un lungo cammino, dato che l’obiettivo finale è la modica cifra di 30 kg, suppergiù … Però 9 kg sono comunque una bella tappa, in tre mesi, e corrispondono ad una taglia abbondante-quasi-due, quindi, di fatto mi posso ritenere soddisfatta, sino ad ora.
Il problema, in questo momento, è rappresentato dal vestiario, proprio per quelle quasi due taglie perse. Il mio affollatissimo guardaroba ospita, più o meno, un vagone di abiti per la taglia da cui partivo e una vagonata di abiti per la taglia inferiore a quella attuale, senza praticamente uno straccio di vestito per le mie forme attuali. Lo stesso dicasi per le scarpe (lo sapevate che dimagrendo si riduce anche il piede?) e, orrore orrore, anche per l’intimo!
Il risultato si colloca sul limitare dell’estetica circense. La scelta rimbalza tra braghe talmente larghe che, se strette con la cintura, fanno effetto mongolfiera dalla vita alla caviglia, o pantaloni così stretti da solcarmi indelebilmente la pelle del ventre, se cerco di allacciare il bottone. O tra palandrane con scollature ombelicale (per non dire pubiche) o maglie stile muta da sub per bambini di 9 anni.
E non se ne parla neppure, di fare shopping in questo momento, perché essendo la stazza transizionale, rischio di rifarmi un guardaroba estivo che potrebbe rivelarsi troppo largo o, se dovessi arrendermi (anche se non voglio) e abbandonare il supplizio ehm… la dieta, troppo stretto da indossare. Il caso vuole che quest’anno la maggior parte delle scarpe (elemento di consumo con cui potrei soddisfare le mie voglie compulsive di sveltine da shopping) sia dotata di tacchi elevatissimi, che, con il tutt’ora troppo greve peso che mi trascino in giro, sono da escludere per almeno un altro anno.
L’ultima nota dolente, forse la più dolente, riguarda il mio, modestia a parte, invidiabilissimo decolleté. Quelle due maestose mongolfiere che mi troneggiavano sotto il mento da oramai un paio di anni, riempiendo, tracotanti, una coppa E di una signora sesta (che vuol dire, per i profani e le tavole da surf deambulanti: più o meno una coppa paragonabile a un’ottava traboccante) si sono irrimediabilmente sgonfiate, ridimensionandosi a due loffi igloo monolocali, ridotte a tal punto da trovare comodamente alloggio nella coppa D di una miserrima quinta (sempre per gli inesperti e le assi da stiro con una coscienza: una sesta modesta). Sebbene che, a chi lo faccio notare, sembri che io stia esagerando, di tutto lo sconvolgimento a cui sto sottoponendo il mio traboccante organismo, questa è l’unica parte che mi rattrista enormemente. Neanche riuscire a dormire supina, senza provare poi un diffuso indolenzimento alla spina dorsale per la troppa curvatura, mi fa sentir meno la mancanza delle due maestose cupole che sovrastavano la steatopiga cattedrale dedita al culto della mia abbondanza.
Quindi, dato che so di per certo che almeno un fan delle mie vertiginose scollature, legge queste idiozie in prosa, ne approfitto per informarlo che al prossimo incontro, sarà costretto a guardarmi negli occhi, per potermi riconoscere.
Intanto, io, questa sera, mangio un’insalata poco condita.
Quasi raggiunti i due mesi di dieta, persi i primi 6 di almeno 5 volte tanti kg, che mi zavorrano nell’inferno degli obesi, la fame atavica di orge gastronomiche non si placa di fronte a nulla. Bramo tutto ciò ce mi è negato, detesto Barry Sears con tutto il mio livore, malgrado i risultati congeniali che mi ha permesso di raggiungere e sogno cucchiaiate di panna cotta affogata nella salsa di cioccolato da cacciarmi in bocca senza soluzione di continuità. A chi mi chiede, dico che va benissimo, che sono più in forma (che è pure vero), che il ciclo sonno-veglia si è regolarizzato non poco (altra verità), che i vestiti iniziano ad andare larghi, o meglio giusti, che la pelle inizia a dare segni di miglioramento e che, insomma, 'sta dieta strana, funziona. Ma a voi, che passate di qui e leggete ‘ste quattro cazzate, posso dirvelo che soffro come una cagna? Ho sempre fame; bevo minimo due litri di acqua al giorno e che per ogni litro sono 6-7 viaggi al cesso, che neppure la mia collega incinta; il pane mi manca in una maniera che non mi sarei mai aspettata; se mangio un’altra volta della ricotta con fruttosio e pinoli, inizio a vomitare e non smetto finché non muoio; la birra, a pasto, dovrebbe essere un diritto inespugnabile; la pizza non può essere il male, dato che fa sentire tanto bene; la PMS esige un tributo in cioccolato e io non sono in grado di affrontarla senza una profferta; tutti moriamo prima o poi, ecchissenefrega se per questi parecchi kg in più dovrò morire prima!
Ecco, adesso sto meglio. Sono pronta per affrontare l’insalata d’orzo con nasello e niente altro che mi attende sul desco per cena. E anche per oggi non mi strozzerò di tavolette di cioccolato svizzero inopportunamente regalatemi da un dolcissimo, quanto storditissimo amico.
Dovrei fare come Nagiko e tenere pennello e inchiostro a portata di mano a fianco del letto, perché le migliori narrazioni, invettive, elegie, odi, lodi e lamentele scaturiscono dalla mia mente annebbiata in quell’ora, ora e mezza, in cui languo tra le coltri, in attesa di un sonno che fa il prezioso, ad ogni notte di insonnia tipo 1 che logora il mio ciclo vitale di sonno/veglia.
E’ frustrante addormentarsi, a fatica, con una ridda di parole ben concatenate a dipanarsi nei pre-sogni, sapendo che la mattina seguente tutto ciò che mi rimarrà saranno un pessimo alito mattutino e una vaga sensazione di aver perso un'altra volta il filo del discorso con me stessa.
Perché a me piace rileggere quello che scrivo, non per autocelebrazione o rafforzamento del mio io, ma per poter cogliere il proustiano bagliore degli stati d’animo che mi possedevano al momento della stesura di ogni mio scritto. E sapere che, alla fine, tra le sparute pagine di questo blog, si incaglino solamente queste rigide considerazioni pensose, mi lascia tristemente insoddisfatta, come se al posto di una delle mie torte fatte a suon di vigorose cucchiaiate di legno, mi ritrovassi al banco frigo del supermercato a comperarne una di quelle strappa-versa-inforna.
E non funziona neppure star seduta davanti al PC fino alle ore piccole, perché la vera ispirazione, quella galoppante, mi coglie solo una volta dismessi i panni da casa per la più comoda camiciona da notte e adagiata la testa sul cuscino.
Avendo quindi a disposizione una schiena possente che negli ultimi anni ha anche iniziato un progressivo aumento di superficie epidermica (solo grazie all’ingrossamento dei muscoli, per fortuna sua), con un semplice pennello alla mano (o anche un pennarello temporaneamente indelebile, anzi forse meglio) sarebbe da prendere in seria considerazione l’idea di lasciar libero sfogo alla creatività notturna senza abbandonare la posizione orizzontale, né il caldo e confortevole abbraccio delle coltri, elaborando i miei affollati pensieri in ordinate decorazioni cutanee dell’ignara agrodolce metà, dotata di un sonno catatonico pari solo a quello della sottoscritta, e che quindi potrebbe non accorgersi neppure della violazione del suo spazio epiteliale. Il passo successivo sarebbe tenere sul comodino una macchina fotografica per immortalare i miei fugaci pensieri pre-notturni intrappolati tra le costole di colui che pazientemente già sopporta varie mie manifestazioni di squilibrio. E il gioco sarebbe più o meno fatto. Se non fosse che sono mancina e il pennarello si stenderebbe in intellegibili strisciate di colore anonimo ed inespressivo, che a letto ci sto senza occhiali e di conseguenza non vedrei assolutamente nulla di ciò che scrivo (striscio) e che, sopra tutto il resto, sono la prima detrattrice di me stessa e che riesco a trovare falle logistiche anche nei voli pindarici più sconclusionati che esprimo.
Che sofferenza, ora, la neve. Non c'è più sollazzo nel giocare a palle di neve, non c'è più gioia nel cacciar fuori la lingua e aspettare che vi si posi un fiocco bello grosso, non c'è più serenità nel pensare che le scuole domani saranno chiuse e che potrò stare sotto le coperte fino a che non sarà l'ora di andare a fare a palle di neve.
Ora c'è il problema di spalare il vialetto, la donna delle pulizie che non può venire perché in bicicletta si ammazzerebbe, l'incubo della strada per andare a prendere il treno, l'incubo del treno, l'incubo della metropolitana dopo il treno, quello del ponticello malefico sopra Porta Genova e quello di tutta via Tortona, dopo, per arrivare in un ufficio mezzo deserto dove tutti si lamentano dei loro personali incubi da pendolari. E poi c'è la parabola strozzata dal ghiaccio che non prende il satellite, e la mia macchina inutilizzabile serrata in garage.
Io lo so, cos'è questo nuovo status della neve, e lo detesto con la maggior parte di me stessa: è la consapevolezza di essere oramai, inevitabilmente, incontrovertibilmente, diventata noiosamente adulta.
Dopodomani. La prova del nove. Di fronte a tutta la famiglia. Situazione che evito accuratamente damesi.
La famiglia ha potere catartico, ma anche liberatorio. Anche se con il passare degli anni mi sono indurita, mi sono alienata e ho raggiunto un livello di autocontrollo piuttosto invidiabile, il fattore emotivo non devo e non posso trascurarlo. Tutti a tavola, nipotina inclusa,a festeggiare, a scambiarci regali, a brindare e fare gli stupidi, a ridere e prenderci in giro... un pericoloso cocktail di buone vibrazioni e spremute di cuore che rischia di piazzarmi sul dirupo affacciato direttamente sulla valle di lacrime. E pianto sia, che tanto, quando singhiozzo, non si capisce mai che cosa dico. Però gli occhi feriti e preoccupati di mamy&papy mi spaventano da matti. Sto negando loro l’evidenza, ovvero il terrore del futuro che mi attanaglia quando mi concedo troppo tempo per pensare. Non si tratta neppure di evitare di fasciarsi la testa prima della frattura, perché io mi rifiuto categoricamente di pensare addirittura di procurarmi le bende! Sono una stolta che vive tra il panico e la speranza, ma in questo brodo primordiale di paure ancestrali ci voglio sguazzare da sola. Di certo non voglio che ci si tuffino due attempati settantenni, senza pinne, né fucile, né occhiali. Di certo non è mia intenzione diventare un’altra preoccupazione per la sorella maggiore che ha una figlia in fase preadolescente già ribelle. Di certo non desidero diventare un peso per un compagno che empatizza ogni mia depressione. E neppure agli amici voglio sottoporre questa me così smarrita. Il tutto sta nel superare tutte queste festività a testa alta,non perché ci sia qualcosa da essere orgogliosi, ma semplicemente perché se sollevo il capo, le lacrime usciranno con più difficoltà.
[…]
The Sword of Damocles is hanging over my head
And I've got the feeling someone's gonna be cutting the thread
Dov’è sparita la mia capacità di ascoltare? Da ragazzina era una cosa innata e incredibile; addirittura sembrava emanassi onde cerebrali che predisponevano conoscenti e sconosciuti a parlarmi, confidarsi con me, espormi i loro dubbi. E non solo. Spesso, senza che io proferissi verbo o complemento, i miei sporadici interlocutori, monologando e gesticolando, si facevano una domanda e si davano una risposta, qualche volta pure sensata.
C’era sempre tempo per due chiacchiere e qualche considerazione, per discorsi immensi sui massimi sistemi così come per una sessione di shopping compulsivo. Ma di fondo, tutti sapevano che io ascoltavo. Non che ci fosse in giro questa voce, anche se di voci su di me ce ne sono state tante e variegate (se false o meno, non posso dire, perché al mio orecchio non sono mai arrivate o meglio, non le ho mai fatte arrivare. Di certo riguardavano i miei facili costumi e i miei incomprensibili travestimenti, ma quella era davvero un’altra vita. In ogni caso sicuramente c’erano esagerazioni ed iperboli.) Insomma, guardarmi negli occhi e parlarmi era bello per loro quanto era bello per me ascoltarli e dare attenzione. Adesso questa magia è svanita. Non ho più tempo, non ho più passione, non ho più empatia. Ho dato un calcio a Cassiopea, mandandola a finire sotto a un tir, temo, e ho accettato i giocattoli che mi mostravano gli uomini grigi. Anzi, credo proprio di essere stata addirittura assunta dagli uomini grigi.
Adesso sono in pochi a voler parlare con me di loro spontanea volontà, perché nei miei occhi vedono solo distrazione, sofferenza e preoccupazione. Non trovano più un bacile pronto ad accogliere i loro pensieri, ma un muro di gomma incrostato di ansia. E la vorrei io la mia Momo personale, adesso. Un orecchio pronto all’ascolto e un’attenzione fuori del comune che mi facciano parlare, a vanvera, senza meta, senza paura, che mi facciano tirare fuori quell’argomento che sto deliberatamente evitando da oramai sei mesi, consumandomi un pezzettino al giorno, tenendomi sveglia la notte, spaventandomi a morte e privandomi della magia di cui un tempo ero assolutamente sicura di essere intrisa.
Se già avevo approfittato di queste pagine per allietarvi con la testosteronica interpretazione del Tonty della Legge di Murphy, secondo i dettami di Hollywood, non posso ora esimermi dal pubblicare l’altrettanto preziosa perla di competenza che la di lui futura consorte, la mia adorata collega Princess, ha da poco concepito:
Princess: – Santi Lumi! –
Io: – Princess, si dice “Santi Numi!” –
Princess: – Ma no, si dice “Santi Lumi!”, perché i Lumi esistono, i Numi no –
Beh dai, da un punto di vista intrinsecamente progressista, non avrebbe neppure torto.
Eppure a me non sembrava così scontato che non sapessi resistere all'impulso di acquistare il CD di Amanda "Fucking" Palmer online, approfittando, già che c'ero, della promozione per l'acquisto del libro omonimo al CD.
Però, quando ho annunciato in casa l'acquisto compulsivo, le tre bestie di casa si sono guardate e hanno fatto spallucce, quasi a dire: "E dove sta la compulsione?".
Insomma, un po' di comprensione: i testi del libro sono di Neil Gaiman...
OK, lo so, ho bisogno di aiuto. O di uno stipendio molto più alto, almeno.
A Minotaur's my butler, a Cyclops my valet
A Centaur draws my chariot that takes me down the way
Through a river made of fire to a street that's paved with bones
I got a dozen zombie skeletons to walk me to my throne
In the land of the dead
Heck boy, ain't it grand?
I'm the overlord of the underworld
Cause I hold Horror's Hand
In the land of the dead
I'm darkside royalty
I'm far renowned in the underground
And you can't take that from me
Cerberus my lap dog is loyal as can be
My bed is made of skulls; I'm in the lap of luxury
I've got a Dragon's Blood jacuzzi; the Gorgons think it's cool
And a seven-headed Hydra livin' in my swimmin' pool
In the land of the dead
Heck boy, ain't it grand?
I'm the overlord of the underworld
Cause I hold Horror's Hand
In the land of the dead
I'm darkside royalty
I'm far renowned in the underground
And you can't take that away from me
... questo blog letto da tre persone in croce, pubblico comnque il link al post di Sandrone Dazieri Contro la censura di stato e al trailer del film in questione, che non ho visto, non so se vedrò e non so neppure se mi possa piacere, ma condivido il pensiero del gorilla.
Si possono dire tante cose negative del mio capo, senza tema di smentita, ma devo, malgrado tutto, ammettere che non manca certo di senso dell’umorismo e di una certa dose di autoironia.
Oggi era in ufficio con noi, perché quando non ha voglia di lavorare, si rinchiude nel micro loculo che divido con la mia collega. Avevo quindi una precisa visione del profilo del suo cranio, stempiato ai limiti della pelata. Malgrado solitamente sia sempre molto curato, ultimamente mi accorgo che si dimentica di tenere corti i capelli avanzati sulla chierica, con il risultato che a metà giornata si ritrova un nido di rondine accrocchiato alla nuca. Mentre la mia mente divagava sulla questione, una scintilla di memoria mi ha portato davanti agli occhi della mente un’immagine ben precisa, che tosto mi sono premurata di condividere con la mia collega-nemesi. Non appena l’ha vista, non siamo riuscite a trattenere un moto di ilarità, presto sfociato in un esplosione di risa convulse che non siamo più riuscite a frenare, finendo per dover svelare anche a lui il motivo del nostro diletto. Dopo aver soffocato una risata, averci dato delle stronze e aver negato ogni somiglianza, ha promesso rappresaglia. Siamo in attesa.
L’immagine, ovviamente, è quella a sinistra di questo scritto senza senso e giuro sui fratelli Baudelaire, che la somiglianza è incredibile.
Che una piccola casa editrice, che visceralmente odio e amo (pubblicano Lenore, uno dei miei fumetti preferiti,e fanno anche venire l’autore in Italia – Hurray – ma lo fanno venire a Roma un giorno prima che ci capiti anche io – booh! –)non possa sobbarcarsi la pubblicazione di tutte le opere inedite in Italia di un autore tutto sommato sconosciuto, posso anche capirlo; ma che dopo il successo diUn lavoro sporco, nessun altro editore abbia preso in considerazione l’eventualità di pubblicare i passati libri di Christopher Moore, è veramente scocciante.
Va be’, ammetto che, per quel che mi riguarda, più che di pazienza, dovrei parlare di pigrizia, perché per leggere in lingua originale (inglese o francese che sia), mi trovo a dover attivare una o due sinapsi in più rispetto al solito piattume cerebrale che mi contraddistingue.
Sommando poi la mia psicopatologia da monomaniaca, per cui quando trovo un autore, regista, musicista, attore o altro artista che mi smuove qualcosa dentro (siano una risata, una commozione o un brivido di libido) poi devo impadronirmi di tutto il suo operato, in una sorta di rito cannibale (se me lo mangio tutto intero, una sua parte starà sempre con me), finisce che questo timido assaggio di un paio di libri suoi mi abbia lasciato estremamente insoddisfatta e bramosa di affondare nuovamente le mie meningi nella sostanza dei suoi romanzi, che in Italia continuano a non arrivare.
Tutto questo per dire che, se non sapete cosa regalarmi a natale, i suoi libri in lingua originale sono facili da reperire.
Alla nipotina, per l'undicesimo compleanno, è stato regalato un gattino tutto nero. Ha il muso un po' egizio, quindi sì è beccato Cous Cous come nome per affrontare il mondo... Pare che ci sia qualche piccolo problema di adattamento. Mentre davo consigli alla sorellona su come instradarlo verso la lettiera, piuttosto che sull'ultimo copriletto rimasto, sentivo una parte di me urlare "dallo a me! dallo a me!", perché al nostro unico incontro, io e Cous Cous ci siamo innamorati.
Ieri guardavo un documentario (unico programma televisivo frubile, quando è l'agrodolce metà a detenere il telecomando) e per la prima volta, dopo migliaia di visioni sofferte di cuccioli di foca sbranati da mamme orse e conseguenti sofferti dilemmi su cosa mi facesse più soffrire, se il cucciolo di foca dilaniato o il cucciolo d'orso che muore di fame, per la prima volta ho guardato un attacco organizzato ad opera di un branco di leoni ,ai danni di un indifeso impala terrorrizzato, senza quesiti nè corrucciamenti, solo godendomi lo spettacolo della natura per quello che è, splendido e terribile.
Oggi è venuto a mancare il suocero della mia collega-nemesi. L'ho vista spaventata e affranta, bisognosa di accorrere al cospetto del consorte per portargli un poco di conforto. mi sono sentita persa, inutile, agitata, spaesata. Se lei va in pezzi, io la seguo a ruota. Empatia.
Da qualche tempo, un paio di mattine a settimana inizio il viaggio in treno con un voluttuoso bacio sulla guancia e un veloce abbraccio che suscitano l'uinvidia di tutta la parte femminile della banchina. Insomma, è un bel viaggiare, questo, malgrado Trenitalia.
Non sto dedicando molto tempo a questo blog e questo post ne è il miserrimo risultato. Lo so, e mi scuso con il mio unico lettore (you know who you are). non prometto di migliorare in fretta, ma giuro che farò quel che posso.
Ho scoperto che MySushi produce la "chocowasabi mousse" e DEVO assaggiarla. Io ADORO il wasabi!
Giusto, quasi dimenticavo, sono tre giorni che desidero scrivere un post sul album solista di Amanda Palmer, ma dato come vanno le cose qui rimando il mio affezionato one-man-public alla recensione di prossima pubblicazione su Babylon Magazine (in effetti, anche lì sto scrivendo pochissimo)
E sì che mi sentivo risoluta. Ero convinta che il mio "no" fosse perentorio. Ma la noia di una calda note agostana produce anche questo; lassismo, morbosità e pedanteria mi hanno spinto dove avevo giurato che non mi sarei mai trovata: davanti alla trasposizione cinematografica hollywoodiana di uno dei miei romanzi preferiti.
Ho letto "Io sono leggenda" l'estate dei miei 19 anni, subito dopo la maturità. Ma il titolo era "I vampiri", perché era contenuto in un vecchissimo tomone rilegato dell'Urania, o roba simile. Ricordo le ore canicolari riarse dal sole di luglio, che tanto ci aveva impiegato a venir fuori e che quindi voleva recuperare alla grande tutto il tempo passato dietro le nuvole di giugno, e ricordo la luce che scolpiva le ombre come se fossero blocchi di ossidiana tagliente. Sentivo la sofferenza di Robert Neville, ma sentivo anche la sua noia, la sua disperata necessità di un contatto sociale. Ricordo di aver pianto alla morte del cane. Ricordo la malinconia che mi invadeva le viscere mentre leggevo e la difficoltà a staccarmi dal filo narrativo. Ricordo il finale, un po' ostico, ma geniale, sofferto, stravolgente e stravolto.
E adesso ho visto il film, malgrado, come dicevo, mi ero ripromessa di non farlo. Wil Smith (proprio quello della legge...) tutto sommato non è male. La New York apocalittica è ben resa. E poi basta. La trama è raffazzonata. Il protagonista mitizzato e pompato. I flashback smozzicati. I mutanti plasticosi. Il cane disneyano. E il finale... Il finale... Il finale... è una cagata pazzesca. Ma soprattutto, di tutte le migliaia di ignoranti (nel senso che ignorano il romanzo) che hanno visto il film, mi chiedo se ce ne sarà stato almeno uno che si sia posto la domanda "Perché il titolo è *Io* sono leggenda?"
Adesso che mi sta tornando un pochino la voglia di scrivere 'ste quattro 'azzate con cui tedio il web di tanto in tanto, mi tocca mollare tutto, perché fra quattro giorni parto per le ferie. Ma ne ho un disperato bisogno, sul serio.
Vorrà dire che del Tonty e della Princess, che poi è la sua fidanzata, nonché mia collega, racconterò al ritorno, così, tanto per non sentirne la mancanza (della mia collega, perché il Tonty l'ho incontrato solo una volta, di sfuggita) perché quando finisco io le ferie, le inizia lei, e non ci vedremo per un mese intero. E alla Princess mi sono affezionata, anche se le nostre biosfere neppure saprebbero della reciproca esistenza, se non ci fosse la moquette dell'ufficio a farle scorrere sugli stessi stanchi binari.
Ci sarebbe da aprire un blog solo per loro, a dirla tutta, ma mi sentirei come un novello Kerouac, che scriveva d'altri perché non sapeva che cosa raccontare della sua trista vita di vagabondo del beat. No, un post a loro dedicato ci vuole di sicuro, ma non mi farò certo rubare la scena. Anche se le me sortite e le mie avventure erotiche non sono certo frizzanti come le loro.
Per ingolosire il passante casuale, narrerò qui di seguito solo un breve ma significante episodio della vita di questa coppia che sembra un po' "Barbie e Ken", anche se porno e pecoreccia:
Princess - mettendo giù la cornetta - : Ah, il Tonty mi ama!
Colleghe - sorbendo il caffè mattutino - : Oh, occhietti a cuore, cosa t'ha detto di così romantico?
Princess - con effettivi occhietti a cuore - : Mi ha detto di assicurarmi il culo, perché questa sera me lo sfonda!
Dopotutto, mi ero sbagliata. La Carfagna non è un'arrampicatrice senza cuore. Lei si ricorda da dove viene, si sente in debito con il suo passato. E' probabilmente per questo che ha proposto questo DDL, per aiutare le sue ex-colleghe meno fortunate di lei.
In un ufficio dove se non sei dottore commercialista o avvocato, puoi essere *solo* una segretaria, io sono riuscita a non farmi mai definire tale.
Anche il mio capo ha dovuto cedere quando gli ho fatto presente che sono un HR assistant, NON un HR manager assistant, e che i suoi biglietti del treno se li deve oridnare da solo (bel traguardo, neh...).
Soprattutto NON sono la segretaria della mia collega-nemesi, che è sì superiore in grado a me, ma fa un lavoro complemetare al mio con punti di contatto e, per fortuna, parecchie divergenze.
Oggi uno dei capi dello studio dove lavoro mi ha definita, appunto, segretaria di suddetta collega. Beh, fa piacere rendersi conto che in più di sette anni si è lasciato un segno così indelebile nella memoria dei propri capi, anche se quello in questione è un cinquantenne rincoglionito a cui hanno trapiantato troppo in profondità il ritrovato ciuffo da vecchio marpione, neodivorziato, che va al Just Cavalli a rimorchiare ballerine di baciata e merengue...
E' solo che non ho ancora imparato a non prendermela...
Sono stanca. No, non è la solita lagna da "siamo ancora lontani dalle vacanze e già non ce la faccio più". Sono proprio stanca, perché impiego il doppio delle energie per fare qualsiasi cosa che impieghi la mia vista. Da oramai quasi due mesi l'occhio sinistro se n'è andato a fare un giro verso lidi nebbiosi, lasciandomi menomata monocola esausta.
E in più sono stufa di spiegare, a chi sa della mia assenza di un mese fa, e ora chiede, tutto quello che ho passato in una settimana di ospedale: auscultata, scrutata, forata, risuonata, elettrizzata e coricata in diversi frangenti e momenti. Onestamente, cose di cui non ho puntuale desiderio di richiamare di continuo.
Ah, sono anche stanca di sorridere e dare risposte evasive a chi mi chiede senza mezzi termini i risultati delle analisi. Se dovessi leggere il referto dovrei poi spiegare cos'è esattamente questa cosa dal nome così strizzalingua. dovrei spiegare che è solo il termine generico per quell'altra roba là, che però non c'è scritto perché per adesso non lo è, ma il dottore mi ha già detto che le probabilità che lo diventerà sono altissime, è solo questione di tempo e c'è solo da sperare che il tempo sia taaaaanto taaaanto lungo. Non ho voglia di sentirmi dire "Vedrai che non succederà", "Su dai, pensa positivo" o peggio "Vuol dire tutto, vuol dire niente".
E sono stufa di questo schermo bianco luminoso, che scintilla nel mio campo visivo corrotto e scorretto. Sono stufa di dovermici accanire per otto ore al giorno su schemi a quadretti grossi come capocchie di spillo e dovermelo scordare poi, a casa, dove potrei invece sfruttarlo per tutto ciò che è ludico e ameno...
Sono stanca di portare gli occhiali da sole sempre e comunque. Sono stufa di mentire alla mia famiglia, rassicurandoli che va tutto bene (ma con una mamma ipertesa e un papà col cuore a rischio, non mi sento di fare diversamente).
Sono stanca. Sono stufa.
E siamo ancora lontani dalle vacanze e già non ce la faccio più (non ho saputo resistere...)
Ciao, mi chiamo haroldandmaude e ho una dipendenza da fiction televisiva che va avanti da quando li chiamavamo ancora "telefilm".
Ho iniziato davvero piccola, con la serie di Sapphire and Steel, poi sembrava fossi tornata alla normalità, ma solo fino alla messa in onda di Space: 1999 con le fantastiche sopracciglia a pallini di Maya... e lì non sono più stata capace di fermarmi. Consumo di tutto, anche se mi ritengo di essere ancora in fase di dipendenza selettiva. Così certe serie le ho abbandonate, altre le ho sempre snobbate, altre le ho scoperte tardi, altre ancora le ho rinnegate anni dopo... Di tante, sicuramente, non ho mai sentito parlare... Però temo che sarà solo questione di tempo prima che mi procuri delle dosi tagliate male di "La casa nella prateria" o "Star Trek". Per adesso però riesco ancora a trovare sul mercato delle vere e proprie leccornie (al momento Reaper e Criminal Minds), che però hanno come controindicazione un potere di assuefazione talmente alto, che finisco per cercare dei palliativi sottotitolati nelle buie mulattiere della rete.
E' una strada senza uscita, lo so, ma riesco solo a sperare che in fondo ci sia un 47" LCD con dolby surround, una poltrona Frau e cibo spazzatura a volontà...
Sono ancora qui, in attesa di giudizio. A quanto pare sono andata a scegliermi (o meglio, mi sono trovata) il neurologo più impegnato della penisola. Non trova il tempo di leggere i miei cazzo di referti e di spendere 10 minuti al telefono con me per discuterne, foss'anche per dirmi che dobbiamo rivederci. Oggi è a Taormina per l'ennesimo convegno. Ci portava il figlio piccolo. Come dite? Non è un'informazione rilevante? Ah be', lo sapevo anche io, ma non me la sono sentita di dirglielo. Per carità, durante i cinque giorni di degenza si è fatto in 44 per me, davvero, però adesso mi sta sfuggendo. La parte razionale del mio cervello e delle mie conoscenze continua a ripetere che se fosse qualcosa di grave, mi avrebbe già chiamato e ricevuto. Ma oramai da tempo, si sa, sia nel mio cervello che nelle mie conoscenze, la parte razionale scarseggia, e comunque viene poco considerata.
Sono stata piuttosto tentata di scrivere un post sulla settimana di degenza da poco trascorsa, ma il mio senso del pudore mi ha frenato. E avendo accantonato l'idea, ho lasciato scivolare via i ricordi e le sensazioni, trovandomi poi in difficoltà nel richiamarli a memoria per disquisirne sul blog. La decisione finale è stata quindi quella di lasciar scivolare via anche il resto, di dimenticarmi le notti difficili e i giorni interminabili, di non fissarli su carta e atrofizzarne i ricordi con quella mia capacità tutta speciale di spersonalizzare tutti gli eventi i cui ricordi è meglio tenere a distanza.
La baraonda caotica trovata sia in casa che in ufficio hanno poi finito il lavoro, distraendomi ampiamente e prosciugandomi di tutte le energie difficoltosamente racimolate, frapponendosi tra me e il successivo fine settimana come imponenti torrioni di incalcolabile fatica.
Adesso sono tornata più o meno in carreggiata. Ovviamente non ho risolto praticamente nulla dei miei problemi di salute e sto inseguendo (telefonicamente) il medico da venerdì, ma pare che ci sia un accavallarsi di impedimenti contingenti per cui i referti dei miei esami rimbalzano sempre dove lui non è... Ovviamente in ufficio si sovrappongono impegni, errori, urgenze e dimenticanze che riguardano, più o meno costantemente, il mio ufficio e quindi la sottoscritta. Ovviamente non dormo molto bene la notte.
OK, la situazione è quella che è, ma com'è mai possibile che mi stessi dimenticando che dopodomani c'è il concerto per cui ho sfrangiato gli attributi della mia agrodolce metà per mesi interi?
Se un altro stronzo cita quell'inflazionatissimo e miserrimo filmetto pseudo-goth, dopo la ricomparsa di pallidi raggi di sole, giuro che risorgerò dalla mia tomba per tormentarlo.
Vivo il presente: non so raccontare del passato, non so far congetture sul futuro. Scrivere mi pesa enormemente. Voglio solo leggere, guardare ed ascoltare. Qui mi sa che per un po' bazzicherò poco. Ma, forse, domani avrò già cambiato idea.
Se avessero iniziato a tradurre e distribuire Lansdale in Italia a tempo debito, la mia copia di "La notte del drive-in" ora sarebbe nelle stesse precarie condizioni de "Il Talismano" di King/Straub. Sarebbe stato il mio scrittore horror preferito, al pari di Stephen King, non c'è dubbio. Purtroppo lo sto leggendo solo ora e devo lasciare libero sfogo alla mia tredicenne interiore per poterne godere appieno.
[...] - Dove diavolo siamo? - chiese Timothy - Be', Toto, credo che non siamo più nel Kansas. - Kansas? Siamo stati nel Kansas? E chi è Toto? - Chiudi la bocca e cammina. Qualche volta non serve a niente leggere o guardare vecchi film. Nessuno capisce di cosa stai parlando. [...]
...lungi da me salire in cattedra, ma quando uno sfogo ci vuole, ci vuole.
Però di persona non è possibile, per mille motivi logistici, caratteriali e contingenti, quindi mi riduco a scrivertelo qui, dubitando che, anche se incappassi in questo scritto, ti riconosceresti in ciò che scrivo.
Dici di essere la prova sulla terra dell'integrità e dell'altruismo. Ti innalzi a baluardo di sincerità e offri come esempio il tuo comportamento per dimostrare di rappresentare la totale assenza di intenzioni egocentriche.
Potrei anche cercare di crederci, se non vedessi gli effetti del tuo comportamento su chi ti sta accanto, e non per costrizione, ma per affetto.
Tu sei l'ingordigia fatta persona e la tua brama di ottenere il più possibile dagli altri è simbolo di egocentrismo, egoismo e manchevolezza. Per ottenere quello che vuoi, diventi un ricettacolo di verità alterate e un concentrato di cattiveria, sia oggetto del tuo desiderio del semplice cibo o la più totale devozione. Sai tirare la corda quanto basta, sai trasferire sugli altri le tue orribili pusillanimità, accusando poi loro di comportarsi nel modo orrendo in cui tu agisci.
Sei una persona superficiale e immatura, che si sta facendo le ossa triturando quelle di chi, ignaro, o masochista, o disilluso, o beone, ti sostiene e ti dona tutto l'affetto di cui è capace.
Quando chi ti ama si renderà conto di tutta la falsità che nascondi dietro la tua ridicola farsa da virginale vittima delle circostanze, spero di essergli al fianco per elargire la giusta incitazione a prenderti a sonori calci in culo.
Ti svegli stranamente ritemprata da una notte che è passata dalla solita insonnia di primo livello ad una fase REM farcita di incubi che ora ti ricordi appena, ma che ti hanno fatto sobbalzare più volte durante quelle 5 ore scarse che hai passato nel letto.
Dicevo, ti svegli tutto sommato pronta ad affrontare la giornata, con una carica di energia pari alla sostanza che, dal nutella party di ieri pomeriggio, non hai ancora traslato in ciccia e brufoli.
Sei pronta a guardare in faccia il giorno nascente e a dargli una certa garanzia che oggi non sarai la lagna funebre che sei ultimamente la mattina.
Sorridi, ti vesti. Sorridi, fai colazione. Sorridi, entri in auto. Sorridi, accendi la radio: Dont'Worry Be Happy. Ah beh, allora è l'universo che te lo chiede, di affrontare le vicissitudini quotidiane con uno spirito diverso, oggi.
così inizi a canticchiare e fischiettare, attirando anche gli sguardi divertiti degli automobilisti che viaggiano in senso inverso al tuo. Poi, dolo le due strofe:
A-listen to a-what I say
In your life, expect some trouble
la radio si zittisce. Non riparte, non da scariche, non da segnali, non da speranze.
Bobby McFerrin come oracolo di sventura? Sì, mi capita anche questo.
Mi fisso negli occhi per evitare di guardarmi troppo in profondità..
Serro le narici per non inebriarmi del profumo dell'innegabile dissolutezza.
Ascolto le tue risa complici per cogliere un messaggio che anelo e temo insieme.
Lambisco in punta di pelle il confine tra la tentazione e la discesa senza freni.
Assaporo per lancinanti ed estasianti attimi il sapore speziato dell'impudica voluttà.
Sono affranta e in estasi, bramosa e sazia, tremante e impavida, arresa e risoluta.
Sono sul baratro del turbamento, con la gola serrata.
Canto a squarciagola e mi muovo da automa, facendo ciò che è giusto, ma che non desidero affatto.
Passerà questo stato di sconcerto, ma per ora nello specchio vedo uno sguardo trasognato che mi inquieta assai.
Come sail your ships around me
And burn your bridges down
We make a little history, baby
Every time you come around
Come loose your dogs upon me
And let your hair hang down
You are a little mystery to me
Every time you come around
We talk about it all night long
We define our moral ground
But when I crawl into your arms
Everything comes tumbling down
Come sail your ships around me
And burn your bridges down
We make a little history, baby
Every time you come around
Your face has fallen sad now
For you know the time is nigh
When I must remove your wings
And you, you must try to fly
Come sail your ships around me
And burn your bridges down
We make a little history, baby
Every time you come around
Come loose your dogs upon me
And let your hair hang down
You are a little mystery to me
Every time you come around
Sì, sono una delle tue più fedeli clienti, ma soprattutto per necessità: mi sono ammalata tante di quelle volte dall'inizio dell'anno che potevo fare l'abbonamento con il tuo bancone, e in più sto prendendo parecchi medicinali omeopatici.
Sì, mi hai clamorosamente sgamato, l'altra sera, che ti ammiravo le chiappe fasciate i quei bei jeans aderenti (però anche tu eh...) con fare non proprio casto.
OK, quando mi sorridi magari tartaglio un pochino.
Va bene, non ascoltare il tuo collega quando mi parla, perché dietro stai passando tu in tutta la tua bellezza è un po' da cafona...
Premesso tutto questo, lo so da me che era fuori luogo arrossire ieri sera, quando mi hai tenuto lì a chiacchierare, e non mi mollavi più.
Era lì, a poche centinaia di metri da me... ERA LI', e io sgobbavo su inutili quisquilie, CAZZO ERA LI', al NHOW, che dista davvero 400 metri dal mio ufficio. Di martedì mattina, un martedì che c'ero (data la cagionevolezza dei mesi scorsi, ho controllato anche i certificati medici per farmi ancora più male) CAZZOCAZZOCAZZO ERA LIIIIIIIIIII''''... un mese fa, e ovviamente lo scopro questa sera per caso...
E non ci sono ancora informazioni certe su un possibile suo concerto a Milano. Ma soprattutto, CAZZO, era lì.
Non scrivo più, lo so. E' che mi risulta difficile mettermi davanti ad uno schermo e lasciare libero sfogo ai miei pensieri, senza rischiare di venire travolta da l'oceano sotto vuoto che sto tenendo a bada dietro altissime barriere di difese consce e inconsce.
Mettermi qui, a fissare lo schermo bianco è, allo stato attuale delle cose, un gesto pericoloso ed incosciente, quindi mi astengo dal pormi nelle condizioni di poter mettere nero su bianco (o grigio su viola) emozioni forti, delusioni cocenti, sentimenti altalenanti, batticuori sfarfallanti e pensieri galoppanti, perché sarebbe come spellarmi viva per poi rotolarmi nel sale.
Basti solo pensare che per scrivere il peggior live report che ho prodotto fino ad oggi, mi ci sono voluti 13 giorni di lambiccamenti e continue correzioni, proprio perché a livello emozionale, quello dei Mission, è stato uno spettacolo di forte impatto e perché la nostalgia non è proprio il sentimento ideale da interpellare adesso.
Sto finendo le energie a disposizione. Almeno riuscissi a recuperarne dall'accumulo lipidico, questo esaurimento avrebbe un senso...
Quando mi incazzo, tra le sopracciglia si forma immancabilmente una rughetta di un centimetro, un centimetro e mezzo, di altezza e di profondità variabile tra il mezzo millimetro e svariate miglia marine, risultato dell'aggrottamento selvaggio della fronte, nell'atto di reprimere gli istinti omicidi che ci scorrono appena sotto.
Questa mattina la mia agrodolce metà è riuscita a risvegliarmi dal torpore mattutino con una scarica di acida adrenalina sulfurea, provocando una mia furiosa reazione incontrollata.
Ho sbattuto tutti gli sportelli e tutte le porte e tutte le portiere che riuscivo, ma l'energia cinetica provocata dal violentissimo giramento di culo che stavo subendo non è riuscita a scaricarsi, scavando l'inesorabile rughetta del dissenso, che oggi mi torna anche comoda, perché non ho tasche e non sapevo dove mettere le monete per la macchinetta del caffè.
Mi sento come l'ultimo tubetto di dentifricio che campeggia sulla porcellana del mio lavandino. Spremuta, sfruttata all'osso, schiacciata da forze più grandi di me, svuotata e prossima ad essere sostituita.
Passi la settimana di lavoro che ho dovuto recuperare perché quella scorsa ero ammalata, passi il preventivo del dentista che è aumentato di 100 euro in un botto, dato che il cratere che mi ha scavato oggi nel premolare dovrà essere devitalizzato, passo il WE che passerò ad imbottirmi di antidolorifici perché il suddetto cratere è rimasto a cielo aperto e ci rimarrà fino a lunedì sera, passi l'ennesima settimana in cui ho deciso di ignorare i benefici che un'oretta o due di pilates potrebbero avere sulla mia cervicale, passi che domenica mi sono auto-invitata a pranzo dalla mamma e me ne sono già pentita, perché in questo periodo è di un umore amabile come un fico d'india acerbo masticato con la buccia, passi tutto questo e anche tanto altro, ma la mia collega-nemesi sta seriamente ponderando di dare le dimissioni settimana prossima e io sto cadendo in depressione.
Il sottile, precario ma funzionale equilibrio delle nostre psicopatologie ci ha permesso di arrivare più o meno indenni fino a questo punto. Gli insulti a raffica, il rutto libero, la bestemmia obbligatoria, le critiche distruttive, le pesanti prese per il culo, tutto di ordine quotidiano, hanno fatto sì che le nostre personalità dissonanti e le nostre vite antitetiche si intersecassero in una saldissima coalizione dettata dalla disperazione professionale. Entrambe chiamate a rispondere di massimi e minimi sistemi, costrette a rimestare nel torbido per conto degli altri, additate come capri espiatori di indole malaussèniana, utilizzate come scudo umano nei conflitti di palazzo, Mata Hari del debole al soldo del potente, ci siamo sempre sorrette, seppur presenti su due diversi livelli di percezione lavorativa (all'inizio del nostro antagonistico sodalizio le feci notare che le montagne di merda che doveva spalare lei erano sì più grandi, ma che la sua pala era d'oro, mentre la mia era di ferro già un po' arrugginito).
Il millimetrico bilanciamento che sorregge la nostra altalenante situazione lavorativa è ormai da anni l'unico caposaldo che mi consente di affrontare le giornate lavorative sadicamente strutturate qui dentro. Se lei se ne va, perdo materialisticamente l'unica possibilità di ottenere un seppur pallido aumento di stipendio ogni tre anni, dato che lei mi sponsorizza molto di più e molto meglio del mio atarassico, anemico e asfittico responsabile, ma soprattutto, perdo un'amica, perdo una confidente, perdo un appoggio tenace e un punching ball emotivo di tempra invidiabile.
Il fatto è che da tre anni sta cercando, senza successo e con tanti drammatici effetti collaterali, di avere un bambino, e le hanno chiaramente spiattellato in faccia che un pendolarismo da 50+50 km al giorno è stressante, dannoso e inficiante. Insomma, se vuole una qualche speranza di rimanere gravida, DEVE cambiare stile di vita. Il marito preme, il padre appoggia, il treno ritarda sempre di più, l'orologio biologico ticchetta e i capi qui dentro, invece che riconoscerle il valore aggiunto che obiettivamente si meriterebbe, la sballottano a destra e a manca senza criterio e senza tatto, demotivandola ogni ora di più.
Se l'inizio di settimana prossima proseguirà così com'è finita questa, la sua lettera di dimissioni planerà sulla scrivania del legale rappresentante a velocità sostenuta. Io la sorreggo, le dico che deve seguire i consigli di suo marito, che è giusto che si prenda le sue soddisfazioni, ovunque voglia trovarle, ma intanto sento la nausea crescere e il timor panico invadermi.
Bisogna spiegarglielo, al mio lettore mp3, che deve smettere di fare commenti su come mi comporto, nel bene e/o nel male, perché poi mi sento quasi osservata, e mi inquieta...
Oggi mi ha detto:
[...]
Don't say it's easy
to follow a process
There's nothing harder
than keeping a promise
[...]
There's nothing believable
in being honest
So cover your lies up
with another promise
Ho appena ricevuto la visita dello spettro del natale passato.
Così, dal nulla, mi è arrivato un PVT su Splinder in cui mi si chiedeva se ero la tal persona che frequentava il tal posto e usciva col tal tipo, nella tal era geologica. Ero io. Intercettata, onestamente non ho ancora capito come, da un amico che non vedo da almeno... 16/17 anni. Era partito per andare a vivere in Scozia con la fidanzata. E vive ancora là, sempre con la fidanzata (sono una delle copie più longeve che conosca). Ha riletto una mia dedica sul diario (tipo incisioni rupestri, credo) e gli sono tornata in mente. Mi ha cercata su internet e ha trovato il mio blog.
Buffo, ciclicamente mi veniva da pensare a lui/loro ogni tanto, chiedendomi se fossero ancora là, se avessero "messo su famiglia", che strada avesse preso il loro cammino, insomma. Così, per curiosità. Convinta che loro di me non si ricordassero. Se adesso mi sento un persona poco incisiva e ancor meno interessante, immaginiamo come mi potessi sentire a 15/17 anni...
Insomma, sono tornati davanti ai miei occhi visi quasi dimenticati, situazioni passate, ricordi semicancellati... Ho rivissuto momenti imbarazzanti, grandi dolori e immense gioie. Ho ritrovato le mie prime volte. ho riscoperto sensazioni di un tempo passato. E' stato un nostalgico tuffo nella mia adolescenza, proprio negli anni in cui ricominciavo a vivere dopo un periodo di blackout totale. Ho ripercorso, con la confortevole distanza dei ricordi, il ciclo da araba fenice a cui mi ha costretto quel periodo oscuro. Mi sono sentita ritemprata e sfolgorante.
E' stato il più bel regalo che il fato mi potesse fare.
Adesso mi piazzo davanti al PC in attesa degli spettri del natale presente e futuro. Vediamo che succede...
Lo so, sono un poco ossessionata dai miei capelli, ma quando si ha la faccia da bulldog spiaggiato come la sottoscritta, la pettinatura sbagliata può far scattare la telefonata d'allarme all'accalappiacani, con il rischio che mi facciano anche far tardi al lavoro...
Insomma, undici (svengo...) anni fa ho deciso di tagliare la mia folta e lunga chioma, per poter sperimentare colori e tagli dei più disparati e disperati, sotto le sapienti e creative mani della mia amica peluchera (anche se adesso che sta in Spagna, pare che faccia la barista...)
Poi, più o meno un anno fa, ho deciso di farli ricrescere, un po' per curiosità, un po' su accorata richiesta del fidanzato, che per anni ho bellamente ignorato. E' iniziata così la via crucis verso l'allungamento tricotico. No perché, oltre ad avere la faccia da molossoide, ho anche un cranio idrocefalo, di dimensioni considerevoli, quindi lasciar crescere la chioma allo stato brado era totalmente impensabile. I miei capelli non crescono verso il basso, no! Loro si allungano orizzontalmente sui lati e verticalmente sulla sommità del capoccione. E sono mossi. Molto mossi. Come il mare d'inverno. Durante una tempesta. Alle bocche di Bonifacio.
La soluzione è stata, quindi, un impiastro infernale che li ha sì domati, in parte, ma piegandone forza e volontà, spezzando loro non solo le reni, ma anche le punte e la struttura, costringendomi ad accendere un mutuo per potermi procurare le quantità di balsamo a malapena necessarie per tenerli in vita, mentre moooooooooooooolto lentamente cercavano di protendersi verso l'esterno (a quel punto, credo per sfuggire dalla sottoscritta, e non per compiacerla).
Lenti, ma inesorabili (devono aver preso dalla nonna) si sono quindi avventurati nel mondo, malgrado le vessazioni e i continui soprusi a cui li sottoponevo (ho capelli bianchi a pacchi, soprattutto, ma non solo, sulle tempie! Non potevo mica smettere di tingermi!), lottando altresì con phon, spazzola e piastra lisciante a 200°, fino a raggiungere, nell'ultimo mese, una lunghezza tale da essersi meritati un premio, o meglio, una vacanza. Dai, diciamo un part-time.
La prima reazione, in ufficio, è stata una feroce presa per il culo. Lunedì mi hanno perseguitato, tutto il santo giorno, con Rivombrosella: avevo i ricci, timidi ed increduli, fermati da molli mollette mimetiche, con un risultato ottocentesco e blasé. I giorni seguenti, in cui ho intrappolato parte della capigliatura in una coda spartana, la cosa più carina che mi hanno detto è stata "Sembri Lady Oscar". La mia collega-nemesi mi ha chiesto se mi era esploso il cervello. I capi mi guardano di sottecchi con un enorme punto interrogativo sulla fronte. "SI', SONO RICCIA!" mi verrebbe voglia di gridargli dietro... ma a che pro?
Fatto sta che adesso ho mille molle rosso-viola che erompono dal cranio. Non sto bene, ma non faccio neppure pena come qualche mese fa.
Ma soprattutto, non è che liscia fossi 'sta strafiga! Quindi, che si godano la vacanza a ricciolandia, queste povere creature!
Quando oramai i 34 stanno sfiorendo e scivolando insesorabilmente verso la chiusura del quinto ciclo di vita; quando oramai mi sono "sistemata" nella sedia a cinque razze di questo tristo e pesto studio fiscale, dove amministro umanamente esanimi disumani; quando oramai ogni verve cognitiva e di apprendimento se n'è andata giù per lo scarico, sospinta dallo sciacquone dell'imbolsimento mentale; quando ormai non ci sono più oramai, ho scoperto cosa avrei potuto studiare dopo il diploma: antropologia sociale e culturale. Ma l'ho scoperto solo lavorando dove lavoro, vivendo come vivo, avendo fatto le esperienze che ho fatto, avendo incontrato le persone che ho incontrato. Quindi, devo intenderlo come un segno del fatto che potrei ancora mettermi in gioco, oppure come un segno che il destino è quel che è, non c'è scampo più per me?
A voler considerare il livello di energia residuo in questo venerdì pomeriggio, la risposta spontanea sarebbe "La seconda, la seconda!". Se poi vogliamo dar retta alle considerazioni di Oddifreddi sull'università italiana, sarebbe anche uno sperco di energie, già esauste. Non prendo neppure in considerazione la possibilità dell'autodidattica. Con la maglia ai ferri e all'uncinetto ha funzionato, ma con l'antropologia? Non è che devo prendere la creta e modellare un uomo (quello pare sia un hobby creativo da divinità), oppure fabbricarlo all'uncinetto n. 6 con filato secco 100% materia animale... Ho scoperto, ma questo tanto tempo fa, che se inizio un lavoro fisico, manuale, da autodidatta posso benissimo cavarmela da sola, ma ho scoperto anche che è una forma di autismo, e che funziona solo con gomitoli, aghi, fili di metallo e lana cardata...
Che confusione... Che illusione... Avrei già anche in mente l'argomento della tesi... Ma lo so, a lungo andare, sarebbe solo un'altra perdita di tempo.
pazza pazza senza un perché
Ieri sera mi sono divertita. Sono andata al concerto di Tying Tiffany per mera curiosità, quasi sicura di beccarmi la saturday night sòla.
bulimica
sono anoressica
lunatica
sono allergica
in metrica
sono assimmetrica
eretica
una figa isterica
Ne avevo sentite tante, tutte negative e cattivelle sulla Suicide Girl, ma il brano "Pazza" del suo ultimo album mi piace davvero tanto, il locale lo conosco e ci trovo sempre parecchi amici e volevo un sabato sera un po' movimentato.
la tipica
fotogenica
simpaticissima
patetica
fanatica
bucolica
skizo-skizo -frenica
Ed è andata a finire che ho visto un bel concerto elettroclash. Insomma, non si può certo dire che abbia una gran voce, né che sappia usarla, però il liveset elettronico è da paura!
sono pazza pazza pazza perché
sono pazza pazza senza un perché
sono dispotica
metodica
atomica
anarchica
pazza pazza senza un perché
Lei è carina, si muove bene sul palco e i pezzi sono ballabili e divertenti.
catastrofica
sono un pò tossica
a tratti energica
sono analitica
terapeutica
ipocondriaca
insomma una tipa scomoda
(si io non la voglio + vedere)
E io mi sono divertita per un'ora o poco più di concerto, ballando anche.
psicopatica
narcolettica
claustrofobica
foto-foto-fobica
tipica
polemica
sono atletica
paranoica
Mi viene da pensare che tante cattiverie sul suo conto derivino dall'invidia profonda perl'ennesima fighetta che ce la fa mostrando tits&ass.
sono pazza pazza pazza perché
sono pazza pazza senza un perché
sono dispotica
metodica
atomica
anarchica
pazza pazza senza un perché
Intanto lei tra qualche mese aprirà i concerti di Alec Empire! Non dell'ultimo fruttarolo che ha deciso di fare un po' di electro nei weekend... Ho proprio detto Alec Empire!!!
psicopatica
narcolettica
claustrofobica
foto-foto-fobica
tipica
polemica
sono atletica
paranoica
E sono sempre più convinta che la musica "cattivella" risieda nei tastini dei moderni sintetizzatori, stanca e stufa di batterie pestate e chitarre schitarrate, bisognosa di nuovi stimoli, a quanto pare ... elettronici.
sono pazza pazza pazza perché
sono pazza pazza senza un perché
sono bisbetica
metodica
atomica
anarchica
pazza pazza senza un perché
Ben venga quindi la sfrontatezza di questa mini-sciagurata, capace di intrattenere, con la musica, il pubblico accorso solo nella speranza di vederla il più possibile discinta.
Ci sono dei giorni in cui adoro lavorare in questo posto. Non di certo per gratificazioni economiche o professionali, ma per la fauna da sottobosco con cui faccio capannello/comunella. Prendiamo ad esempio oggi.
Ultimamente il big boss (perché noi abbiamo anche un little boss, e mentre il primo è alto, grosso, importante e stronzo palese, l'altro è basso, minuto, mezzasega e stronzo subdolo) il venerdì si eclissa, blackberry offline, agenda appuntamenti vaga e generica, segretaria omertosa... insomma, va a sciare o a mangiare il capriolo con la polenta, e noi siamo un po' meno soggiogati. Anche il little boss è meno presente, perché pare che i suoi clienti fuori Milano lo vogliano vedere sempre e solo di venerdì. Sai com'è. Mica ci disturba, a noi.
Perciò, quando questa mattina ho realizzato di aver finito i cosiddetti "vestiti da lavoro" (niente pantaloni eleganti, niente camicie, niente maglioncini seri, tutto da lavare), anche se qui dentro non è previsto il casual friday (è pur sempre uno studio di 80 fiscalisti) mi sono ricordata che i suddetti boss sono al pascolo.
Quindi, mi sono tuffata nell'antro della strega che è il mio guardaroba, ho pescato quanto di meno improbabile da indossare nel braccio di sicurezza massima che è il mio ufficio e ho affrontato la giornata.
Il risultato è stato un'ovazione generale delle mie adorate colleghe (poche, neh!) al mio stile da, cito, "padrona dominatrice" e una profusione di commenti sull'aggressività della mia figura. Le mie due scimmiette preferite poi, hanno iniziato a mettersi in posa per simulare sessioni di frusta condotte dalla sottoscritta. Addirittura, mi hanno omaggiato di una frusta fatta in casa, graffettando insieme diversi dorsi plastici da rilegatura e ripetendo le sessioni di cui sopra nel privé del mio ufficio (peccato che le pareti siano di cartone e i loro finti gemiti siano giunti sino all'altro capo dell'open space...)
Ho iniziato la giornata ridendo come una forsennata, da lacrime agli occhi e sghignazzi irrefrenabili. Quel tipo di risate che mi sciolgono i nodi nello stomaco e ti fanno dimenticare un pochino la stanchezza e la lieve nausea con cui il mio corpo saluta il posto di lavoro.
Amo il viola in modo quasi ossessivo, soprattutto per quanto riguarda abiti e accessori. Se poi si associa al nero, mi provoca uno sfarfallio cardiaco di emozione.
Mi piace spulciare nelle bancarelle del mercato per trovare individuare quel lampo purpureo che potrebbe regalarmi un nuovo capo immettibile, improponibile e meraviglioso...
Mi piace quando il viola viene riscoperto e posso fare incetta di vestiti e pendant da sfoggiare anche negli anni a venire...
Ma quest'anno stanno proprio esagerando!
No dai, davvero... C'è quella baciapile del terzo piano, di questo ufficio di sfigati in odor d'incenso, che veste un completo nero e viola degno del più zothic Marylin Manson... Per carità, ognuno è libero di rifarsi il guardaroba tutti gli anni senza colpo ferire, però sto arrivando al punto di iniziare ad apprezzare il verde acido... che però, in effetti, a voler ben vedere ... con il viola, è la morte sua!
Niente da fare, non riesco a liberarmi di lui neppure se mi tradisce incollato alle chiappe delle più deprimenti e sfigatissime schiave della moda...
Sarà per questo che mi sono appena regalata ... queste ... alla faccia di chi mi vuole male!
Già da qualche mese c'è uno strano virus che aleggia per i corridoi del mio ufficio. Un virus selettivo che colpisce solo giovani donne in età fertile. Una malattia venerea molto comune, estremamente attiva sin dalla notte dei tempi.
Addirittura negli anni '60 colpì innumerevoli esemplari femminili del mondo definito occidentalizzato, tanto da ingigantire in modo spropositato il bacino di ricezione.
A partire dagli anni '80 ha poi registrato un brusco calo di contagio, ritornando estremamente infettiva solo verso la fine degli anni '90, riportata all'attualità da esemplari femminili di altre etnie, trasferitesi in modo stanziale nel cosiddetto vecchio mondo.
Come qualsiasi virus influenzale, varia da periodo a periodo, a volte più blando e quasi innocuo, a volte pericoloso ed estremamente contagioso, ma di fatto è sempre presente. Sembra comunque che esistano vaccini e cure preventive piuttosto efficaci per evitare che l'epidemia dilaghi, ma è altresì da non dimenticare che la vicinanza con soggetti contagiosi provochi una predisposizione psicologica di quelli ancora sani, allentando le loro difese e la loro risolutezza nel seguire le cure preventive di cui sopra, spianando effettivamente la strada al virus procreativo con una velocità imbarazzante.
Pare dunque che un nuovo ceppo, particolarmente agguerrito e virulento, si sia impossessato della zona Tortona ormai da diversi mesi e che le prime vittime siano già state inesorabilmente infettate. Questo costringe chi scrive a dover giustificare continuamente i propri dubbi esistenziali e i propri timori ecologico-sociali a riguardo, sia con esemplari già colpiti che con soggetti ancora sani, ma psicologicamente predisposti.
E' come se un cerchio della fertilità si stesse lentamente stringendo attorno alla sottoscritta, per soggiogarne la volontà indipendente...
Eh no, ho bisogno di tirarmi un po' fuori dalla vischiosità di questa malinconia molesta. Per cui venerdì sera, invece che stare a casa a deprimermi da sola, che l'allegro compare ha la cena aziendale (solo suo padre può fare la cena di natale al 16 di novembre, ma tant'è) vado qui a godermi loro.
Da questa mattina, ho già incontrato sei o sette persone che mi hanno chiesto se andava tutto bene, sicure che avessi appena smesso di piangere, cosa che non era. Non ho neppure, per dire, il raffreddore ad arrossarmi gli occhi, cosa che potrebbe farlo pensare. Sono solo mortalmente stanca, perchè da lunedì faccio il lavoro mio e della mia collega, nel nostro ufficio già di per sé sottodimensionato, cosa che non dovrebbe essere. Non ho voglia di leggere, scrivere, guardare la tv, andare al cinema, fare sport...
E' una questione di qualità
o una formalità
non ricordo più bene una formalità
come decidere di radersi i capelli
di eliminare il caffè, le sigarette
di farla finita con qualcuno
o qualcosa, una formalità una formalità
o una questione di qualità
io sto bene io sto bene
io sto male io sto male
io non so io non so
come stare dove stare
non studio non lavoro non guardo la TV
non vado al cinema non faccio sport
io sto bene io sto male io non so
cosa fare non ho arte non ho parte
non ho niente da insegnare
è una questione di qualità
o una formalità
non ricordo più bene, una formalità
Sono passati 12 anni da quando se n'è andata, ma mi manca ancora da matti.
Mi mancano la sua sagacia e le sue risposte al vetriolo, mi manca il suo affetto ruvido senza smancerie, mi manca il te' della merenda, soprattutto in questo periodo, che c'erano le giostre al luna park e lei mandava mia sorella in motorino a prendere due frittelle da dividere in tre. Mi ricordo la tombola degli animali e le migliaia di pomeriggi di fila in cui l'ho costretta a giocarci per ore. Le sue mani nodose, con cui raccoglieva qualche goccia d'acqua dalla ciotola azzurra di plastica per aspergerle sul panno ben teso, pronto per essere stirato, mentre io proteggevo i miei quaderni dei compiti dagli spruzzi vagabondi. Ricordo quanto le piaceva aiutarmi a studiare italiano, soprattutto quando dovevo leggere le avventure di Marcovaldo, che ci leggevamo in un fiato e ridevamo di cuore. Se mi concentro posso ancora sentire il profumo della noce moscata che grattugiava nell'impasto dei malfatti, che fino al momento di aggiungere la farina, mi faceva raccogliere con il dito dalla grande terrina di ceramica bianca e che poi mi faceva rotolare in un bicchiere infarinato, per farli venire soffici e sferici. E mi ricordo il mèna-mèna con cui passava a maglie strette il minestrone, sfilando ogni filo di sedano, per farmi mangiare un passato di verdure morbido e vellutato. E le gite all'ospizio a trovare sua cugina Amelia, un po' fuori di testa, brusca e spiritosa, da buona zitella inacidita. E i suoi abiti a geometrie anni '70, sui toni del marrone-turchese-senape-granato-giacinto-melone-pervinca che facevano quasi male agli occhi. E l'inverno che passò da noi senza denti, per non farsi vedere da nessuno fuori dalla cerchia familiare, in attesa della sua dentiera nuova. Le sue pacche secche e veloci sulla spalla, come massimo segno di affetto, l'odore di violetta di Parma ma soprattutto quello della carta di eritrea, che impregnava tutte le mie paghette di cartamoneta. Quella volta che, a casa malata, mi sono svegliata sola perché la mamma era andata a fare la spesa, e mi sono spaventata, l'ho chiamata al telefono piangendo e lei si è fatta quei 10 km in bicicletta, a dicembre, per correre da me e farmi passare la paura.
Era l'unica ad aver capito quanto la mia adolescenza avesse subito un brusco sbandamento e ad avermi proposto di cambiare rapporto tra di noi, anzi ad avermi chiesto di non considerarla più la mia balia, ma una confidente riservata. E per farmi capire che sapeva cosa vuol dire essere discreti, mi raccontò di come fosse finita costretta a sposare il vedovo della propria sorella e ad allevarne la figlia, e come questa storia non sia mai giunta all'orecchio di mia madre, l'altra figlia avuta dopo.
Si chiamava Clementina, era alta meno di un metro e cinquanta e sapeva il fatto suo. E mi manca davvero tanto, ancora oggi. Mi manca la sua spinosa franchezza, mi manca la sua permalosaggine, mi manca il suo senso dell'umorismo tutto lombardo, le sue risate genuine, i suoi bronci un po' infantili, lo scorrere festoso del filo nelle sue mani mentre con l'uncinetto creava ogni cosa possibile, la sua macchina da cucire grossa come lo ero io allora, i jeans di mia sorella stirati con la piega rigida e inamidata. Mi manca lei a tal punto, che vorrei poter raccontare a tutti quelli che incontro la sua vita, i suoi dispiaceri, le sue felicità, i suoi amati proverbi, l'eredità più preziosa che potesse lasciarmi.
Sabato volevo ravvivare il mio mogano violaceo con una tinta leggermente più intensa. Adesso sono di nuovo nera, con dei fugaci riflessi viola. Sei mesi a schiarire la chioma senza brutalizzarla, svaniti nel nulla. Ho voglia di tagliarli di nuovo corti da maschiaccio (o da lesbica, mi ha detto qualcuno) proprio adesso che stanno superando la linea delle spalle, dopo 11 anni dall'ultima volta.
E va be'. Non è che adesso faccio schifo mentre prima ero strafiga. Ho solo cambiato il colore di capelli, però non volevo farlo adesso...
Ma son cose che capitano.
Ieri ho scoperto che per una mia svista, il mio ufficio ha pagato 1600 EURO. AL MESE. IN PIU'. a un Associata. Che ovviamente si è guardata bene dal farlo notare. E sì che è anche ricca di famiglia e il marito guadagna 5 volte lei... In ogni caso oggi ho scoperto perché il mio inconscio mi ha fatto annerire i capelli. Per gli shampoo a ripetizione che mi dovrò sorbire da qui alla fine dell'anno almeno...
La caldaia si è rotta. Di nuovo. E oltre al problema che inizia a fare quel freschino acuto per cui si starebbe rendendo necessaria una vampa serale che scacci il reumatismo in agguato, subentra una fastidiosa componente esoterica che non nego mi inquieti: ogni volta che si rompe la caldaia, succede qualcosa. Qualcosa che prescinde dagli allagamenti della taverna e il conseguente deterioramento strutturale della mobilia e dei muri oramai costantemente essudanti salnitro.
Qualcosa a me, alla mia persona, o alle mie conoscenze.
La prima volta è stata la visita dei ladri, che oltre alla mia reflex, si sono portati via tutti i miei gioielli, tra cui una collanina con ciondolo d'argento e granati, piccola e di valore commerciale infimo, ma inestimabile per me, per il ricordo dell'ossuta mano di mia nonna che me la porgeva, chiedendomi di tenergliela fino alla sua uscita dall'ospedale...
La volta successiva ho litigato con una delle mie più grandi amiche: una lite talmente velenosa e sibilata da sgretolare il nostro rapporto a tal punto che, malgrado poi ci si sia moderatamente rimesse in contatto, c'è un imbarazzo tale nel contatto fisico e verbale, che raggiunge il dolore fisico.
La volta successiva mio padre ha avuto un attacco di angina. Si dice che in certi momenti ti tornino in mente tutti i momenti passati insieme. Io continuavo a sentire sulla guancia il bruciore dell'unica sberla ricevuta da lui in tutta la mia vita, 20 e fischia anni prima, e mi ci aggrappavo come all'unico caposaldo di tutta la mia esistenza. A posteriori, posso dire che non è stato un attacco grave, ma solo perché i miei abitano a 400 m dall'ospedale, e mia madre in certe situazioni si trasforma in uuonder-uuoman, per fortuna senza body a stelle e strisce, e l'ha caricato in auto e scaricato al pronto soccorso in tempo zero. In ogni caso a distanza di tre anni, possiamo dire che l'ha superata egregiamente.
Poco meno di due anni fa, la rottura della caldaia ha portato nella mia vita uno dei giorni più tristi che io possa ricordare. Ho perso, anche se per pochi mesi, una persona per me importantissima, un pilastro della mia sanità mentale, un affetto difficile, insondabile ma saldo e disperato. Una persona che non poteva più starmi vicino, in un momento che poi si è rivelato uno dei più difficili e strazianti di tutto il mio percorso di crescita e involuzione continue. Un momento in cui avevo bisogno della sua vicinanza come dell'aria che respiravo.
Adesso si è rotta di nuovo. Ed io, dietro la sagoma squadrata ed anonima che scruto con crescente apprensione, scorgo il malvagio profilo di un oracolo dispensatore di sofferenze. In attesa dell'ineluttabile cattiva notizia però, novella Cassandra delle tubature, continuo la mia vita di tutti i giorni, con un motivo in più per faticare a prender sonno la notte, sepolta sotto le coltri della mia insonnia, con l'orecchio puntato al termostato rivelatore.
Sabato sera, quel barlume di giovanilità che ogni tanto rischiara la mia casalinghitudine, mi ha trascinata, già brilla di vino e ammazzacaffé polacco, a subire il trashkaraoke di uno dei migliori locali della provincia milanese (per fortuna, la musica che l'ha seguito era davvero gustosa), insieme ad una cara amica, che ha imperturbabilmente continuato a parlarmi, longdrink dopo longdrink, mantendendomi sulla soglia della veglia, malgrado il mio vistoso barcollare e il sonoro biascicare.
Ieri ho quindi passato la maggior parte delle ore di luce infagottata nelle coperte, cercando di scacciare i demoni dell'inferno da distillato di patate che si erano insiediati nelle volute del mio cervelletto. Dutante la via crucis, in uno sprazzo di lucidità e memoria, ho chiaramente ricordato di aver amabilmente disquisito dell'incanutimento del mio pelo pubico con il bassista di un gruppo italiano che qualche anno fa calcò il palcoscenico dell'Ariston... Sì, lo conoscevo da prima. No, non siamo propriamente amici. Sì, deve aver capito che ero ubriaca. No, la cosa non mi fa sentire meglio.
Continuavo a ripetermi che sono diventata una persona noiosa. Sì, con qualche sprazzo di ironia e sagacia che ancora strappa estemporanei sorrisi ai miei interlocutori, ma di fatto mi sentivo divenire un'infrequentabile palla al piede.
Per parecchio tempo ho creduto che fosse legato al mio lento ma inesorabile distacco dagli impegni ludici ed extralavorativi che avevo in passato, allontanamento per cui ritenevo responsabile il mio crescere, o il mo invecchiare.
Di fatto, il lavoro a tempo pieno in una metropoli tentacolare, con residenza in umida campagna, ha ridotto all'osso il tempo da poter dedicare ad altro che non sia riassorbire le crisi di nervi da lavoro, badare alla casa e alle bestie, dare un po' di corda alla propria salute, riposare anche... (ora che ci penso, più si assottigliava il mio tempo libero, più si allargava il mio giro vita... che ci sia una correlazione?)
Di fatto, il suddetto lavoro è fonte unica del mio sostentamento, quindi non posso rinunciarvi a cuor leggero senza, nel migliore dei casi, soffrire di dipendenza materiale cronica o, nel peggiore, mettere la mia vita in mano a strozzinaggi emotivi imperituri.
Di fatto, tutte le attività che riempivano il vuoto della mia noia, prima di cadere nella spirale del tempo indeterminato e dell'autosostentamento, erano a retribuzione zero, se non, addirittura, richiedevano un seppur minimo obolo economico di finanziamento.
Quindi ho sempre ritenuto il timore della competizione (le nuove generazioni sono fresche di studi e di esperienze, disincantate quanto basta e con menti molto ma molto più dinamiche della mia), la riduzione forzata delle ore di trastullo e più tardi il trasferimento in un'altra cittadina, responsabili di avermi fatto via via abbandonare il teatro, il canto, la radio, il circolo culturale (e soprattutto ricreativo), l'ufficio di inormazioni turistiche di mia creazione...
Ora però, inizio a pensare di aver incolpato crescita e lavoro, solo per nascondere la pigrizia cronica che ha preso il posto della passione, della curiosità e della dedizione.
Noiosa per me stessa, quindi, e senza nessuna spinta per scrostarmi di dosso la letargia cerebrale. Ma per gli altri, è presuntuoso pensare di non esserlo sempre stata?
Vorrei parlare d'altro, ma ho il blocco della paturnia, nel senso che non riesco a metterla in versi o prosa.
Così mi appunto solo un promemoria: lunedì ho un colloquio telefonico.
Non ne faccio da parecchio, da più di due anni.
Non ho veramente voglia di lasciare la placida comodità del posto che occupo adesso, malgrado tutta lo schifo ingoiato ultimamente, però ritengo necessario dare una lucidata alla mia portentosa faccia di c**o, perché da sempre sostengo che bisogna tenersi allenati anche per i colloqui di lavoro, come per ogni disciplina, e quindi devo darmi una smossa e rinfrescare un pochino la mia capacità di sapermi vendere, o almeno verificare di averne ancora.
Nove giorni per redigerlo, tre per pubblicarlo, ma alla fine il Live Report per l'Independent Days Festival è online.
Il fidanzato me l'ha approvato ("divertente, ma sei stata troppo buona con quei buffoni dei NIN" I gusti son gusti.)
Il collega l'ha apprezzato ("mi piace" Laconico.)
Il contatto all'organizzazione ha gradito (-non ho quotes da riportare, perché non l'ho sentita io personalmente...-)
E adesso sotto con la nuova stagione. la Winehouse (prima che si ammazzi di coca), Rabia Sorda (e ci vado con il mio amico ritrovato), la Autumn (chissà perché ma il mio fidanzato è particolarmente interessato), magari anche i London After Midnight (malgrado i Kirlian Camera) e .. boh... spero tornino gli Editors in una data più felice. E se Regina Spektor si facesse una capatina qui...
Ho voglia di musica, teatro, cinema, cibo e vino, tutto in quantità. Speriamo duri.
Sono stanca. Quattro settimane di vacanze e sono ancora stanca. Una settimana dal rientro, e sono già stanca. Venerdì sera non esco, perché sono stanca. Sabato sera non voglio fare tardi, perché sono stanca. Domenica non organizzo nulla, perché sono stanca.
Dormirei continuamente. Vedere il mio letto mi emoziona alle lacrime, perché mi ci immagino sopra dormiente e beata...
Allora, perché cazzo mi ritrovo, tutte le notti, a fissare un soffitto buio per 2 o 3 ore, insonne, senza possibilità di addormentarmi se non a poche ore dal forzato risveglio?
Maledetta degenerazione policistica della ghiandola pineale.
Tim Burton's Nigthmare Before Chirstmas uscì nel 1993, anticipato, in sala, dal dolcissimo cortometraggio Frankenweenie. In Italia, il paese del sole, il film rimase in cartellone qualcosa come 4 giorni. Incompreso e snobbato.
Avevo 20 anni giusti, mi sentivo già adulta, già grande, già matura.
Sono entrata in sala, mi sono seduta sulla poltroncina di legno ed è iniziato il film.
Avevo vent'anni e mi sentivo di nuovo bambina, di nuovo piccina, di nuovo in grado di sgranare gli occhi e fare "Ooooh".
Ammetto di non potergli riconoscere solo meriti (Il pianeta delle Scimmie non si è evoluto e La Fabbrica di Cioccolato proprio non l'ho digerita), ma sono comunque sicura che ieri la Laguna brulicasse di uomini lupo, paperelle dentute, streghe svampite, vampiri impettiti, scheletri sincopati, gemelle siamesi, giganti buoni e nanetti cattivi, scienziati pazzi, bambole di pezza senzienti, babau danzanti e cani fantasma svolazzanti. E il re delle zucche, con balli e capriole, ne dirigeva le ovazioni per il loro più amorevole menestrello.
Quale donna sana di mente rinuncerebbe consapevolmente a partecipare, senza nessun impegno ne esborso alcuni, al gran galà della Mostra del Cinema di Venezia, con la possibilità di incontrare e adorare vis-à-vis idoli della propria adolescenza, icone della propria passione e feticci del proprio autoerotismo?
Io.
E non sono qui per giustificarmi, ma per farmi lapidare.
Look I'm standing naked before you
Don't you want more than my sex
I can scream as loud as your last one
But I can't claim innocence
Oh God could it be the weather
Oh God why am I here
If love isn't forever
And its not the weather
Hand me my leather
[...]
E' successo di nuovo. Questa volta non è stato Robert, a farmi da colonna sonora per il rientro a casa, ma Tori, lasciandomi un'altra volta un po' sconcertata, un po' frustrata, un po' appagata.
Non ho voglia di partire. Non fraintendetemi: non vedo l'ora di scatenarmi con la macchina fotografica e di omaggiare il mio occhio ritrovato con paesaggi, monumenti (Capricho, arrivo!!!), volti; di coccolare il mio stomaco con frutti di mare, aragoste e sidro asturiano; di riempirmi le orecchie con il rumore dell'oceano e i silenzi dei picos; di annusare i pimientos de Padròn; di sfiorare gli antichi massi dei circoli druidici. Però non ho voglia di partire.
Questa casa è la mia tana, e come gli animali feriti e sofferenti ho bisogno di rimanere nascosta fino alla guarigione, di più giorni di requie per rimettermi. Ma tant'è, o partiamo ora o ci perdiamo le vacanze. E ho bisogno anche di quelle.
A questo punto, devo solo trovare il coraggio di tagliare il cordone ombelicale che mi lega a queste mura.
Non lo nego, proclamavo ai quattro venti che era emicrania oftalmica, ma pensavo glaucoma, parlavo di aura, ma immaginavo tumore al cervello, dicevo stress e temevo sclerosi multipla. Sono fatta così, più esterno e più me la sto facendo sotto. Ne parlo in continuazione per sentirmi dire che è vero, non può essere che così. O almeno ricevre conforto di abbracci e coccole e carezze.
E' così terribile non vederci da un occhio. La percezione delle cose cambia drasticamente, non solo visivamente, ma mentalmente. Divorare libri e film diventa impossibile. Ascoltare musica diventa difficoltoso, perché i problemi agli occhi mi prendono anche la testa, e la musica la vivo più come un fastidio che come un sollievo. La macchina fotografica non la avvicino neppure, figuriamoci le foto da modificare sul computer. E su quest'ultimo, quello di casa almeno, non metto mano da giorni, perché mi bastano le sessioni intense di formule e tabelle che mi autoinfliggo al lavoro.
Ieri lo stregone mi ha inettato, nei punti dell'agopuntura cartilagine, miorilassanti, decontratturanti, fluidficanti e ieri anche un alcaloide per curare l'acutamente dolorosa contrattura dei muscoli oculari.
E ha spiegato le mie patologie da un punto di vista fisiologico, psicologico e omeopatico, che alla fine è una somma dei due precedenti. Pare che la concomitanza di fattori di stress lavorativo, di stanchezza fisica e mentale, di caldo torrido e assenza di sonno, sia stata la miscela esplosiva che mi ha orbizzato. Pare che ci vogliano due settimane di tempo prima che il danno si riassorba. Pare che se non sarà così, anche se sono escluse tutti i miei timori di cui sopra, dovrò ripetere tutti gli esami fatti tre anni fa, sperando che nulla sia cambiato, sperando però che qualcosa si palesi.
Tirando le somme: sto da schifo, ma non sto morendo.
Puddu è xenofoba. E non lo sa. Crede di essere una donna tollerante, ma portata all'esasperazione dal decadimento della società. anche se poi, non è che te lo spieghi proprio così. Semplicemente scolla le spalle, prima di girarle, davanti a ciò che le da fastidio.
Puddu è divertente. E' una bella giovane donna. E' spiritosa. E' fragile e insicura. Cerca continua approvazione negli altri, ma è anche molto permalosa. La sua prima reazione, se l'approvazione non la ottiene, è di rabbia infantile. Poi il timore di essere esclusa dal gruppo che lei considera vincente, le fa superare l'offesa e riesce anche a ridere delle proprie reazioni.
Puddu non mi capisce. A volte fatica anche ad ascoltarmi, soprattutto quando mi lancio in concioni interminabili sugli argomenti a me più cari: musica, cinema, libri. Dice che mi sesalto troppo, uso paroloni (!!!) e ho troppa memoria (???) Lei ascolta solo musica latinoamericana. La balla, anche. E bene. Addirittura li insegnava, i balli, insieme a quello che ora è suo marito. Ragazzo d'oro, che la ama. Che lei ama di amore egoista. Non vuole figli per non dividere l'amore di suo marito con altre persone.
Puddu è sempre coordinata: una cosa tipo ombretto-collana-cintura-scarpe della stessa tonalità di colore, perfettamente in armonia con maglia e pantalone. E squadra tutti dalla testa ai piedi per trovare difetti. non per denigrare o criticare, ma perché non comprende come un essere umano possa uscire di casa non truccato, spettinato o scoordinato.
Oggi ho portato le prime pesche del mio sparuto ma coraggioso e generoso alberello in ufficio, da offrire alla mia cricca di colleghe da caffè. Per condividere una cosa bella e assaporare con loro l'estate che arriva, lenta ma inesorabile, per portarci finalmente in ferie. Puddu ha guardato schifata le mie pesche, perché non sono esemplari da gioielleria della frutta, quei posti che, soprattutto nelle grandi città, espongono esemplari perfetti, costosissimi e spesso totalmente insipidi. Al suo 'Che schifo' ho reagito con cattiveria.
Perché Puddu, anche con tutte le considerazioni di cui sopra, mi piace. Sa ascoltare (eccetto i miei concioni) e pensa a quello che le dici. Sa tenere le cose per sé, anche se non sa trattenere facce di disgusto. Ha senso dell'umorismo. E' pratica e concreta.
Mi fa così incazzare vederla fermarsi alla superficie delle cose, sia essa la buccia di una pesca o l'opinabile gusto in fatto di abbigliamento di una collega. Perché io ho la sindrome dell'ostrica. Se mi piaci sei spacciato. Sei timido? Ti smuovo. Sei orso? Ti ingentilisco. Sei misantropo? Ti socializzo. Non sono capace di farmi i cazzi miei, se dietro la tua maschera scorgo un volto che mi attira.
Puddu lo sa. Lo ha capito. Mi sfida tutti i giorni, con il suo smalto coordinato con i collant e le sue idee integraliste di stile. E' una bella sfida, perché a entrambe piace vincere.
"Te l'ho già detto: se non fossi già fidanzata ti farei un filo spietato"
"E adesso cosa stai facendo?"
"Mando messaggi subliminali"
***
Non è tanto la broccolata in sè, che non spicca per originalità, ma le motivazioni: pare che trovare una donna con cui parlare come si fa con me, sia una cosa più che rara. Mah! :)
(la mattinata da elettroencefalogramma piatto è iniziata prima, ma quella non conta, tranne quando c'è vomito di gatto da pulire)
SMS: "Ho fatto una cazzata. Devo parlarti." Mia sorella. La regina precisina. La sacerdotessa della pianificazione millimetrica. Come, "Ho fatto una cazzata"? Mi sono agitata. Ma anche no. Perché mia sorella è anche l'Eleonora Duse del melodramma. Comunque l'ho chiamata. Per curiosità. Con un'idea appena di patema.
Così mi racconta: ieri sera è andata ad una delle sue riunioni (comitato verdi, comitato per l'ambiente, comitato contro le antenne dei cellulari, corso di arabo... non so, non ho capito bene) e ha incontrato Heidi (lei la chiama Heidi, perché mio cognato la chiama Heidi, ma lei per me rimane, sempre, solo e comunque, Limpida) in avanzato stato di ... "...decomposizione?" ho suggerito io. Ovviamente no. Ho sentito una vocetta del mio profondo mormorara "..ccato..." )
Quindi?
Quindi ci ha scambiato quattro chiacchiere, prima di affrontare la riunione per la salvezza del pianeta (o almeno per la riunificazione dei popoli) e alla domanda di Limpida su come stessi io e alla richiesta di un numero di telefono a cui rintracciarmi, la mia impavida e granitica sorella si è lasciata prendere dal panico e le ha sganciato il mio numero, ma non il cellulare, che al massimo non rispondo, ma quello di casa, da cui riesci a risalire all'indirizzo di casa!!!
("Ho anche pensato di darglielo sbagliato, ma non mi sembrava carino"
"..."
"Perché in certi momenti non possiamo scambiarci? Tu avresti saputo cosa rispondere!")
Questa notte mi ha sognata, nerovestita e infuriata all'estremo (che tutto sommato è vero, ma non con lei) che la picchiavo e inveivo, inveivo e la picchiavo.
L'ho tranquillizzata. Le ho detto che le incursioni di Limpida nella mia vita non mi spaventano più. ("Cosa può farmi? Di soldi non gliene do più. Ho imparato la lezione anni fa. E non credo mi arrivi sotto casa per mollarmi il pupo") e l'ho tranquillizzata ché non aveva motivo di temere la mia ira, dopotutto Limpida sarà sempre un ombra all'angolo del mio occhio (magari quello destro, dato che l'emicrania oftalmica ne oscura la visuale periferica, tanto per vederla ancora più indistinta) e so che la ritroverò ancora sulla mia strada. Che non si angosci dunque, e mi auguri che quando succederà di nuovo, Limpida sia il coniglio pietrificato davanti ai fari della mia auto.
Per una volta, un cambio di ruolo non mi farebbe schifo.
La fase due della cura omeomostruosa è giunta al suo 45simo giorno di svolgimento. Come va? Vediamo:
- Il cacao mi manca da morire, in tutte le sue forme e sostanze.
- La carne di maiale, che d'estate vuol dire grigliate, vuol dire prosciutto&melone e salame&fichi, è un sacrificio difficile e mi sta facendo odiare la bresaola.
- Il latte e i latticini, mancano al mio regime alimentare come la quarta gamba manca ad un tavolo quadrato. Anche lì, la ricotta è concessa, ma il resto no. Niente formaggi (quindi, ad esempio, niente caprese), niente latte (e la colazione con il tè e il latte di riso stanno mettendo a dura prova la mia vescica), niente yogurt (e la colazione è sempre più inconsistente), niente bevande probiotiche (che bene o male mi facevano arrivare alle 13 senza mangiarmi l'onnipresente collega), niente gelato (che d'estate è proprio un'ingiustizia).
- Niente lievito. Che sarà mai? Rinunci al pane. Alle focacce. Ai grissini. Ai crackers. Alle schiacciatine. Alle bruschettine. Ai tarallini. Per non parlare di brioches o torte o biscotti. Solo pane azimo e gallette di cerali soffiati. E va be', per la dieta ci può anche stare. Ma rinunci anche alla birra, nella stagione delle feste della birra. Sto diventando un'avvinazzata, per compensare.
Adesso: 4,5 kg in 45 gg sono 100 gr di prosaica zavorra sottocutanea e intramuscolare, in meno al giorno.
Per non parlare degli altri benefici collaterali.
Me ne rendo conto.
Ma nei momenti tipo ieri sera, a casa sola, un po' annoiata e tanto stanca, un gelatino consolatorio poteva anche starci. O una birretta.
Ovvio, non sono l'unico, ce n'è altri che girano sempre attorno al gregge insieme a me, proteggendolo più da se stesso che da agenti esterni.
Capita che da un mese a questa parte il pastore abbia variato itinerari e orari di pascolo, che abbia automatizzato gli abbeveratoi ed elettrificato i recinti. Tutte modifiche che hanno creato qualche problema di assestamento per il gregge e anche per i cani loro custodi. Uno di loro, fino a poco tempo fa uno dei più fidati e uno dei più socievoli, ha iniziato a mostrare segni di insofferenza, prima manifestandoli con latrati e guaiti sempre più insolenti, poi ringhiando sommessamente al mio passaggio (pare che la mia proattività per adattarmi alle nuove regole del pastore gli abbia dato particolarmente fastidio, per motivi che posso sospettare, ma fatico a immaginare), infine mi ha aggredito, approfittando di un momento in cui il pastore era distratto e lontano, azzannandomi alla gola davanti al capo muta, che però ha preferito sedare gli animi e, non solo non mi ha difeso ('ma che cazzo di capo sei?' ho pensato), ma mi ha impedito di rispondere all'assalto.
Sul capo muta, almeno in parte, ho dovuto poi ricredermi. Al ritorno del pastore, gli ha fatto notare i segni dei ripetuti boicottaggi del cane indisciplinato, la mia ferita sanguinante, il gregge disorientato, affannato, improduttivo. Il risultato è stato che il pastore ha preso il 'ribelle' e l'ha portato nel bosco, brandendo un bastone nodoso e robusto. Non l'ha ucciso, no. Gli ha solo assestato un durissimo colpo quasi letale, come ammonimento, perché, anche se ribelle, rimane un bravo cane pastore, un gran lavoratore che ha perso per un attimo la retta via. Adesso l'insorto sta per i fatti suoi, non socializza più con gli altri cani, e se si trova alle mie spalle, sento sempre un sommesso latrato.
Penso che noi cani pastori siamo indispensabili al pastore, penso che senza di noi, il suo gregge andrebbe perso sul primo declivio, però ho capito che quel bastone è sempre in agguato. Se diventiamo, non dico pericolosi, ma solo ingestibili, per noi c'è una fine ingloriosa, un pericolo di morte, la sparizione in uno schiocco di dita. Guardo il mio nuovo auto-proclamatosi antagonista e mi chiedo se non abbia avuto ragione.
CAST
harold&muade: cane pastore narrante
il gregge: 200 dottori commercialisti
l'antagonista: il collega del controllo di gestione
Sarà una banalità, per le nuove generazioni, ma per me, portarmi dietro tutta la musica di Patti Smith in un aggeggino grosso come uno zippo, è magia pura.
"La suprema felicità nella vita è la convinzione di essere amati per quello che siamo, o meglio, nonostante quello che siamo."
V. Hugo
Aggiungerei che c'è una condizione inderogabile a questa felicità, signor Hugo: solo se chi ci ama è totalmente inconsapevole di amarci "nonostante", si può parlare di amore vero, altrimenti è solo un esercizio di stile che ci investe in pieno affetto.
Ogni sorriso trattiene un coltello a fil di denti. Ogni complimento è stizza infiocchettata. Ogni apprezzamento pubblico è seguito da una venefica critica in privato accrocchio.
Persino il gruppo di colleghe con cui mi piace fare capanello per il pranzo o la pausa-sigaretta non si sopporta amorevolmente come sembrerebbe ad un osservatore esterno.
Gelosie, risentimenti, insoddisfazioni sfociano a mezza voce durante il tragitto in ascensore. Battute a senso multiplo sfrecciano come dardi acuminati tra la piadina ed il caffé. Commenti malevoli volano tra un fax e una rilegatura.
Eppure è un equilibrio, malato e zoppicante, ma è un equilibrio. Ora Lei ha scomposto tutto, almeno per me. Non faccio più buon viso a cattivo gioco. Ho iniziato a rispondere male. A risponderLe male. In pubblico. E col mio ruolo è davvero pericoloso. Ma non riesco a trattenermi. Colpa del caldo, colpa della stanchezza, colpa dell'insoddisfazione. Colpa sua, così meschina e così ottusa.
Io non odio mai, ma se odio, sono cazzi acidi. Per me, di solito.
Io ho un occhio più basso dell'altro, questione di centesimi di millimetro.
La mia collega, ex-modella, ha un orecchio più basso dell'altro e un occhio più esterno dell'altro.
Marilyn Monroe era tutto un errore di calcolo simmetrico e il Cellini ha sbagliato tutte le proporzioni del Perseo.
Quindi?
Mi piacciono le irregolarità nel volto e nel corpo umano. Non tropo accentuate (così mi spaventano un poco), ma una lieve dissonanza nei tratti speculari (tipo occhi, narici, gote, tempie, angoli della bocca, orecchie, ecc.) mi trasmette serenità, equilibrio, compatibilità, coerenza.
Quando sono spaventata mi porto appena sotto il naso del mio uomo e gli guardo le narici, ammirando come la sinistra sia lievemente più larga della destra, mi perdo a guardare la disomogenità dei suoi tratti, poi cerco l'occhio più largo, non più di mezzo millimetro, che non mi ricordo mai qual è, forse il sinistro, e oltre che dalla dolcezza dello sguardo, mi lascio irretire dalla capillare discrepanza delle iridi, ritrovando la serenità fugace che ultimamente, a giorni alterni, mi abbandona per lasciare spazio ad un'attanagliante depressione insonne.
E' una ricerca di modi alternativi ai tranquillanti, per curare le mie psicopatologie.
Quando un uomo dai penetranti occhi di brace, il cui sguardo riesce a mettermi in soggezione come pochi, dichiara di sentirsi salire la febbre perché la mattina ha indossato i fantasmini ancora umidi... perde quasi tutto proprio il potenziale erotico.
Ammetto però che, avercelo seduto di fianco per un imbarazzante, anche se breve, tragitto pendolare, è bastato comunque per agitarmi un poco.
Lei è ottusa, per niente brillante, senza aspirazioni, senza verve. Ha la voce querula e un tono cantilenante e lagnoso, anche quando cerca di esprimere il suo prosaico entusiasmo naif. Parla solo del figlio, che a 11 anni già dimostra di esserle degna prole. E non sa ascoltare, neppure quando stai rispondendo ad una domanda posta da lei. Non sa ascoltare nel modo più irritante: ti parla sopra, alzando la voce fino a che non senti più quello che stai dicendo, invadendo le tue casse di risonanza personali con quell'intonazione piagnucolosa e pedante. Non ne faccio poi una gara estetica, ma lei è scialba, senza alcun gusto nel vestire né nel porsi. Cammina a papera, ha un sorriso spento e tirato. Quando non parla del figlio, parla dei quattro gatti da piccolo schermo che incrocia nella palestra adiacente all'ufficio. Non vi dico il resoconto estenuante del suo stepping di fianco a Ramazzotti. Non ve lo dico perché non sono rimasta lì ad ascoltarla per più di 5 secondi.
Del resto la evito il più possibile ormai da anni, in parte perché mi da ai nervi a livello atavico, in parte perché la mia reazione mi riempie un poco di vergogna, mi fa sentire snob e boriosa e mi sento in colpa a non riuscire a sopportare una persona solo perché troppo diversa da me.
L'altra è gioviale, briosa, sorridente, spiritosa, frizzante, curiosa e chiacchierona. E' giovane e cordiale. E' molto carina (una Scarlett Johansonn rivista da Ortolani), flirta un pochino, ma senza mai scadere, sa reggere il gioco e la battuta, ha una spontaneità fresca e cordiale. L'ho soprannominata "la mia scimmietta", perché mi salta al collo ogni volta che mi vede. Se non sa, chiede e ascolta, se sa, ascolta e racconta. E' solare ed empatica. E malgrado le enormi differenze tra di noi, siamo andate d'accordo quasi subito. Affinità elettive, linguaggio da maschiaccio, disinvoltura verso argomenti scabrosi, ci hanno spianato la strada per un buon rapporto nine-to-five.
Siedono una di fronte all'altra. La prima è la segretaria anziana di un gruppo di barracuda con la cravatta, limitata ma servile coi potenti, tarda ma svelta nel cogliere le occasioni di rivalsa. La seconda è un nuovo acquisto, affittata ad interim, per testarne l'efficienza (il mercato degli schiavi del XXI secolo permette ai compratori di guardare anche denti e zoccoli del proprio bestiame, prima di decidere se acquistarli o di mandarli al macello), in affiancamento alla meschina megera.
Lei ha iniziato a temere L'altra fin dai primi giorni, guardandola impotente, mentre L'altra si integrava nel gruppo con scioltezza ed entusiasmo. Non so quanto abbia veramente fiutato il pericolo o quanto sia semplicemente gelosa di qualcosa che mai potrà capire, fatto sta che ha iniziato a darle contro. Ma non apertamente, questo mai! No, ha iniziato a denigrarla davanti al suo capo, ovvero al capo-barracuda, troppo preso dall'impegno di navigare nelle proprie acque in cerca di povere vittime, per andar a verificare di persona la veridicità delle infamie, troppo padrone per ignorare le insinuazioni di sindacalismo (che qui è più o meno come dire "crimine"), troppo povero di spirito (tanto quanto ricco di denaro) per capire di essere diventato strumento di potere nelle mani di una spregevole arpia. E il risultato finale, ovviamente, è che L'altra vedrà il suo capestro interinale scadere tra poco, cadendo nel vuoto, senza rinnovo, senza assunzione.
E io, che dalla mia invidiabile posizione vedo tutto questo accadere, non posso far altro che stare zitta, impedire al mio fegato di scoppiare e mandar giù rospi grossi come palloni da basket, perché le informazioni di cui entro in possesso dentro questo cazzo di ufficio, qui devono rimanere. Non posso dire nulla a L'altra, né posso insultare pubblicamente Lei.
C'è solo una sottile, magrissima consolazione in tutto ciò: la riprova, l'ennesima, che se il mio istinto mi fa rimanere a distanza da una persona, mi fa dubitare di lei e me ne fa avere una bassa considerazione, il motivo valido per seguirlo, alla fine, si palesa sempre.
Però vorrei veramente poter far qualcosa. Non potendo più salvare L'altra, vorrei almeno farla pagare a Lei, e con gli interessi. Idee da suggerire?
Non so decidermi se mi irriti di più l'essere sottostimata durante i periodi di calma piatta, quando il mio lavoro di tutti i giorni non viene recepito, né notato, quindi non apprezzato, oppure il ricevere elogi calcolati durante i momenti di massima urgenza, quando pare che solo io sia in grado di far fronte alla contingenza, alle politiche di gestione e all'isterismo collettivo.
Io sono una cazzona, cazzara e fancazzista! Com'è che mi sono ritrovata a recitare la parte di faro nella notte?
Io - Sì, progetto. Lavoro qui da oramai 6 anni, (n.d.r.: i primi 2 dei quali in salita, i 2 centrali in stasi arrancante e gli ultimi due in vertiginosa discesa motivazionale) e mi occupo di questa procedura da altrettanti, dapprima come semplice gioppino pro-inserimento dati, poi come riferimento/help-desk a livello nazionale e ora... beh ora mi è saltata la mosca al naso.
IMR - Mosca al naso? Il progetto?
Io - Sì, il progetto. Siete in braghe di tela, no? La nuova super-piattaforma di lavoro ha richiesto tempi epocali e quella quisquilia di programma che supporta il processo di valutazione verrà rimandato di un anno. Ecco, quindi, l'idea del progetto...
IMR - Ma facci capire... di che progetto si tratta?
Io - Non vorrete mica tenere a bada per un anno (che poi rischiano di essere due, conoscendo i nostri polli) 300 professionisti agguerriti che aspettano con ansia, ogni fine di anno fiscale, la loro brava valutazione con cui possono poi chiedere l'aumento?
IMR - Beh no, stavamo pensando ad un'alternativa, in effetti.
Io - Ecco, appunto dicevo, ci sarebbe questo progetto.
IMR - Progetto di chi?
Io - Mio.
IMR - Tuo?
Io - Mio, sì.
IMR - E sarebbe?
Io - Utilizzo di un supporto transitorio per l'amministrazione dei contenuti della piattaforma, la creazione di strumenti di valutazione ad hoc, la gestione del flusso di informazioni, la raccolta e l'elaborazione dei risultati. Niente di trascendentale, ma una gestione lineare condotta dall'ufficio risorse umane su tutto il percorso.
IMR - Ah, e sarebbe tuo, questo progetto?
Io - Come dicevo prima, sì. Mio.
IMR - E l'idea verrebbe da?
Io - Me.
IMR - Da sola?
Io - Beh, sì.
IMR - Sicura?
Io - Beh, sì.
IMR - Dove avresti preso l'idea del progetto?
Io - Dall'esperienza passata negli ultimi 6 anni e dalle mie misere ma pertinenti conoscenze informatiche.
IMR - Uh. Sicura sicura che non l'hai copiata da qualche altra società del network?
Io - Sicura sicura.
IMR - No sai, le altre tue pari sono tutte laureate e tu...
Io - E io no.
IMR - Ecco, magari ti hanno parlato di un progetto e poi a te è venuta l'idea.
Io - Le altre mie pari gestiranno tutto il processo con i fogli A4, perché nessuna di loro ha pensato a gestire i flussi nel modo che ho progettato io...
IMR - Basta che non ci fai fare brutta figura...
Io - L'idea è mia, ma se non volete rischiare, la getto nel cestino e tanti saluti..
-IMR - No, no... facci un po' vedere. Magari è interessante. Magari hai trovato la soluzione giusta.
Io - Ma tanto va come al solito: se sarà un successo, sarà merito vostro e se sarà un fallimento, sarà colpa mia.
IMR - Perché dici così?
Io - ... ... ... Beh, fatemi sapere.
SETTIMANA SCORSA
Io - Progetto avviato, documenti inviati, valutazioni attivate.
IMR - Eh, per fortuna che abbiamo notato quella falla nel tuo lavoro...
Io - Ovvero?
IMR - I colori, mioddio! I colori! Per fortuna che ti abbiamo intercettato e corretto prima del lancio.
Io - I colori?
IMR - Sì, ora che è tutto azzurrino e solo azzurrino, è tutto molto più accessibile.
Io - Ah, i colori.
IMR - Abbiamo fatto un buon lavoro, non c'è che dire.
Io - Coi colori?
IMR - Ma no, con il progetto!
Io - ... ... ...
OGGI
Io - Fase due avviata. Processo in progresso.
IMR - Mi hanno chiesto informazioni.
Io - E?
IMR - Ho detto di chiamare te.
Io - E?
IMR - Rispondi e spiega che sei solo tu il riferimento help-desk, altrimenti ci disturbano per quisquilie.
Quest'anno non ha scampo: il suo compare di scalate&grigliate sarà sui lidi ellenici a consolare la propria futura vedova bianca, costretto ad abandonarla di lì a poco, part-time, per avventurarsi fra sciami di avvenenti slovacche, mentre il resto della combriccola è sfaldato, diviso, separato, ricongiunto, prolificato, paturniato e in via di matrimonio.
Perciò niente festeggiamenti alla brace, ma un weekend tutto mio e solo mio (nostro e solo nostro) con quella pecca del sabato mattina che so già che lavorerà, come Barba comanda.
E quindi, per la sera del mio compleanno gli ho già detto cosa voglio fare; e a capo chino, ché la musica indie gli è indi(e)gesta, ha detto 'va bene, ma non scrivere live report nella tua testa per tutta sera' e io ho risposto che il giorno del mio compleanno non penso live report, ma mi ubriaco di mojitos.
In certi momenti, sciacquare i panni in Arno può essere un'azione altamente disdicevole, soprattutto se i bei lavanderini sono due toscani poco più che ventenni, che ti raggiungono sulla riva e ti accerchiano sornioni.
Sono una brava ragazza oramai da tempo, ma le pulsioni son pulsioni, e davanti alla sorridente e sfacciata gioventù di due affascinanti virgulti, ho faticato a tenere a bada lubrici pensieri, maliziose parole ed opere compromettenti, passando direttamente alle frustranti ma sicure omissioni.
Appena i due adoncini hanno lasciato la mia scrivania, ho guardato la mia antitetica collega e ho accennato "Però un bel sandwich..." e per la prima volta ci siamo trovate 'quasi' d'accordo su qualcosa.
Per fortuna, fino a quando sono chiacchiere a porta chiusa, non è sexual harassment, ma solo scambio di opinioni tra due 'vecchie' sudice!
Sinonimo di "delusione" può essere "disillusione" o "disinganno".
Sinonimo di "illusione" può essere "abbaglio" o "errore".
Sinonimo di "errore" può essere "colpa" o "aberrazione".
Sinonimo di "aberrazione" può essere "deviazione" o "perversione".
Sinonimo di "perversione" può essere "anomalia" o "anormalità".
Sinonimo di "anormalità" può essere "squilibrio" o "eccezione".
Sinonimo di "eccezione" può essere "esclusione" o "astrazione".
Sinonimo di "astrazione" può essere "distrazione" o "astrusità".
Sinonimo di "astrusità" può essere "complicazione".
Quando sono l'etimologia e la semantica a spiegarti i retroscena dei tuoi sentimenti, è il caso di fare ordine dietro le quinte.
Oggi niente è andato per il verso giusto, compreso il template di questo blog, che ha deciso di sminchiarsi (okkei, okkei, ha deciso di farsi sminchiare) in una giornata in cui neppure avrei dovuto collegarmi, tanto ero nel pantano.
Quindi straordinari, per rimediare ai casini lavorativi e un nuovo template che mi fa un po' schifino, per rimediare alla perdita del mio.
Quando mi sento dire "voglio la mia mamma" significa che sono esaurita.
Per fortuna domani la mia mamma avrà la possibilità di rimpinzarmi a cena, di soffocarmi di bruscoccole (non è che sia proprio dolce, la mia mamma) e di riempirmi di nuovo di suppellettili inutili da portarmi a casa, come in un rito di benevolenza di cui ancora oggi non capisco il significato, ma apprezzo il risultato.
Chissà se ho fatto bene a resistere, a trattenermi.
Per certi versi so di aver fatto benissimo, l'unico modo di comportarsi, ho rispettato i desideri altrui.
Però... però per altri aspetti non sono sicura di aver intercettato i giusti segnali, e nel timore di ferire, o essere ferita, ho tirato le briglie e trattenuto l'istinto.
Alla fine, l'importante è non aver fatto male a nessuno.
Peccato solo non aver trovato la cravatta giusta.
[...]
Say goodbye on a night like this
If it's the last thing we ever do
You never looked as lost as this
Sometimes it doesn't even look like you
It goes dark
It goes darker still
Please stay
But I watch you like I'm made of stone
As you walk away
Saranno almeno 13 anni che non mi capitava più un incubo del genere. L'ultimo mi aveva buttato a terra per giorni, come se quella notte, invece di riposare, avessi speso molto più dell'energia di cui disponevo.
Questo nuovo episodio è stato più blando, ne sono uscita solo malinconica e un filo paranoica, malgrado abbia veramente tremato di terrore per tutta la notte; sia durante i sonni agitati, sia durante le veglie improvvise, che non erano però sufficienti a farmi cambiar rotta, e infatti mi riaddormentavo ritrovandomi catapultata di nuovo nel viscido sogno che il mio cervello stava essudando.
In breve: la mia casa, con me e la mia famiglia dentro, era assediata dagli zombie. Non avevamo vie di fuga, quindi ad ogni loro cieco e violento attacco ci trovavamo sempre più accerchiati, rintanandoci nel cuore della casa.
Avevo paura per me e per chi mi stava vicino; sapevo che era inutile disperarsi, che dovevo nascondermi per aspettare il momento buono per tentare di farmi strada tra i non-morti e cercare una via di fuga. E sapevo anche che non avevo praticamente speranze di sopravvivenza.
Sono sicura di avere nuovi capelli bianchi, dopo l'altro ieri notte. E continuo a canticchiare il ritornello, irritante e fastidioso, di quella canzone. Funziona come una nenia però, quindi mi lascio fare.
Necessaria si impone una doverosa premessa: non odio il design, anzi. Certi elementi di modernariato anni '60 o '70 mi fanno salivare e desiderare di essere miliardaria per potermi permettere acquisti sfrenati di poltroncine girevoli dalla forma ovoidale e di altre amene facezie.
Premessa conclusa, indispensabile erutta lo sfogo: il marciapiede per raggiungere l'ufficio è già stretto stretto, disconnesso e con quei ciùspia di antiparcheggio tubolari che arrivano ad altezza ginocchio, pericolosi per la deambulazione di chiunque (figurarsi la mia, casuale); il percorso è già seminato di variabili da parco giochi INAIL, come escrementi canini, raccolta differenziata, farina bagnata, acquerugiola melmosa, bucce di frutti in fermento, per tacer delle buche; il passaggio sopraelevato che scavalca la stazione già mi strappa i polmoni dal petto ogni mattina e ogni sera di tutti i giorni lavorativi.
Dunque, dati la premessa e lo sfogo, i malati della novità, i maniaci del pezzo unico, gli entusiasti della hahata griffata non me ne vogliano, ma il Fuori Salone è una gran rottura di catso, se in Via Tortona ci lavori.
Il pranzo è stato divertente, lo ammetto: in mezzo a operai multietnici, di egual, gradevole, stazza muscolare; in mezzo a cubi di plexiglass in divenire, divani sventrati, mucche patchwork, bouquet grossi come le piramidi di giza, installazioni multimediali tra il ktisch e il faceto, cartelli segnaletici indecifrabili e cucine high-tech inastallate all'aria aperta.
Ma sapere che, per tutta la settimana, rischio di perdere il mio solito treno, perché all'ora del pendolare la popolazione autoproclamatasi indigena lascia i propri lugubri alloggi e si immerge nei variopinti aperitivi che gravitano attorno al FuoriSalone, ostrunedo la strada ai miei 14 minuti di corsa contro il tempo, mi rende irritabile e poco propensa alla contemplazione di pezzi riciclati (nelle idee, nei materiali, nella concezione e nella datazione) ma con prezzi nuovi-nuovi, senza avere secrezioni cerebro-acide che intimoriscono anche me.
Continuo a dirmi che sto invecchiando e inacidendo, ma una vocina astiosa e stizzita ripete di continuo un mantra dentro di me: "Stai solo diventando più saggia, un po' intollerante, ma saggia".
La specializzazione è la tomba della versatilità. Intendo dire che se sei fissato su uno o al massimo due, tre materie (e parlo di lavoro, di vita privata, di hobbies, di studi, di fissazioni, di perversioni, ecc.) sei destinato a una vita senza fantasia, anche se una o più delle materie su cui sei fissato sono di stampo creativo.
Ho creduto per anni di essere una buona a nulla, una perdente, un caso cronico di frammentarietà sociale e costruttiva, ma mi rendo conto a poco a poco che questo mio saltare di argomento in argomento, questo essermi interessata di mille piccole cose anche solo fugacemente, ha arricchito la mia vita di migliaia di piaceri, di centinaia di sollecitazioni quotidiane alle quali posso attingere come più mi aggrada. E sono grata a questa mia disorganicità galoppante, perché anche nei momenti più cupi delle mie paranoie, i mille stimoli a cui sono sensibile, sovente sono riusciti a distrarmi dai vortici neri dei miei pensieri.
Peccherò quindi di superbia, ma considero i monotematici (o gli ipotematici) dei poveri di spirito, loro malgrado e malgrado l'impegno che profondono nella propria specializzazione. E sono altresì spocchiosamente convinta che socialmente abbiano più problemi, che vivano peggio il rapporto di coppia, che anche a sesso siano molto poveri di spirito, che non abbiano estrosità, slancio creativo ed entusiasmo neppure in quella meravigliosa pratica, perché vivono tutto ciò che non è la propria materia di specializzazione come un ostacolo nell'implementazione del proprio perfezionamento.
Quindi chi me lo farebbe fare di scambiare la mia frammetarietà e il mio pressapochismo con una mente mono o ipo-tematica? Preferisco approfondire altri aspetti della mia esistenza, ed essere considerata vanagloriosamente fatua.
Ribaltando un vecchio detto americano: Master of no trades, but jack of them all! And proud of it!
Scontrosa, brutale, acida e caustica. Rifuggo gli accrocchi e nelle pause per il pranzo vago per il quartiere sola e riottosa, spendendo capitali in libri e ingurgitando cibo spazzatura mentre cammino.
Eppure... anche se una cappa di misantropia acuta mi costringe nel mio guscio irto di aculei velenosi, c'è qualcuno dentro di me che chiede approvazione, che cerca dimostrazioni tangibili di affetto e stima, che non vorrebbe un muro di silenzio schiaffato sul muso, ma carezze e coccole e sorrisi e buffetti; che desidera contatti e scambi di opinioni, confronti verbali e abbracci affettuosi.
La sera poi raggiungo casa mia, affondo la testa nel cuscino e scarico lacrime bollenti singhiozzando fino a lacerarmi la gola, fino a sentire i miei sopiti addominali dolere. Poi attacco a preparare la cena e seguo il tran-tran con stupita riconoscenza.
Ed è difficile condividere lo stesso corpo con così tanti desideri, con così tante esigenze, con così tanti amori, anche se sono solo due.
Se incontro un'altra sciacquetta insulsa e ignorante che questa sera pretende di essere festeggiata e pretende la mimosa dal fidanzato/marito/convivente/amante, ma alla domanda "Perché è stata scelta questa data per la commemorazione della donna?" non sappia rispondermi almeno in modo vago, giuro che la butto per terra e le cammino sulle dita delle mani!
Luna storta?
Io?
Sì, quindi?
(e queste sono le generazioni a cui io dovrei affidare la mia vecchiaia...)
Sono XYZ
sono momentaneamente assente
dalla mia mente
vi prego di lasciare
il vostro nome e cognome
e un numero o come
cazzo rintracciarvi
non appena avro' ripreso
il controllo dei nervi
sara' mia premura
richiamarvi.Vi prego
di non fare pernacchie
ne' rutti o parolacce
ne' fare i brillanti per dire
qualcosa di speciale
che mi consoli. Sto male
Parlate
subito dopo il segnale.
Hai sempre il terrore di esprimere i tuoi timori, perché ti sembra di aprir loro un varco per transitare nel mondo reale, attraverso le tue corde vocali e trasformarsi in situazioni tangibili, prendere forma attraverso il tuo respiro. Una specie di incantesimo antico di cui sei somma sacerdotessa. E per lo stesso motivo non piangi delle tue paure, perché anche le lacrime possono essere un tramite per quei mostri terribili che si annidiano dietro le tue palpebre.
Vorresti però scrivere di ciò che ti affligge, dell'imminente funesta ricorrenza... Il timor panico di ripiombare nella prostrazione più nera è più fosco del fumo delle mille sigarette che stai consumando ultimamente.
Certo, il peggio è passato, questo lo sai anche tu, ma anche questa volta, e per tua scelta oltretutto, sei lontana anni luce dall'unica anima a cui hai confidato tutto quanto.
Anima, tra l'altro, che un anno fa, con anche le sue buone ragioni, nel momento peggiore del tuo malessere interiore, si è affacciata un nanosecondo al tuo baratro oscuro, solo per scaricarti addosso una bella carrettata di merda. Anima a cui non vuoi più nemmeno pensare proprio perché, ultimamente, ha scoperto che scaricarti la merda addosso è anche un gesto catartico.
Sì, ti ripeti a forza, a ogni pié sospinto, che da sola ce l'hai fatta e ce la puoi ancora fare.
Ma vorresti poter tendere una mano, vorresti non avere così paura di parole taglienti e maldestre, vorresti non aver pasticciato tutto quanto, vorresti non aver reso così irta di aculei quell'anima che un tempo ti era affine.
Vorresti, ma sai che non puoi.
Sai che non devi e allora trattieni tutto, a forza, per l'ennesima volta.
Del resto ben ti sta, del resto te la sei cercata.
No, non l'angoscia delle paure antiche e delle sofferenze passate; di quella da anni hai imparato che non devi ritenerti responsabile.
Ma tutto quanto è arrivato dopo è opera tua e chi è causa del suo mal...
L'imbarazzo in questo caso diventa un tuo alleato. Dopo l'ultimo contatto così cattivo, così sgradevole, così intossicato di infantile ripicca, non sapresti cosa dire a quell'anima oramai distante anni luce. Sei sicura che ora non soffra più del vuoto che c'è tra voi e forse non se ne accorga nepure.
E tu, soffri? Sì, non è questo il momento di sviscerare tutta la quiestione, e di certo devi archiviare questa storia e armarti per affrontare il nuovo inferno su misura che ti si sta chiudendo intorno. Ma soffri, tu?
Troppe le cose che hai in testa, troppe le sensazioni indecifrabili, troppo il timore di sbagliare.
Facciamo un patto, se riemergerai da questo buco nero che ti sta inghiottendo, si riprenderà il discorso.
Escluso l'altro diretto interessato, non ho più alleati contro me stessa: anche la progenitrice ha saltato la barricata e ora parteggia per l'avversa fazione. Ovviamente non lo fa sbandierando opinioni, ma scagliando sottilissimi dardi di sagacia o allusioni poco velate sull'assenza di prole nella mia casa.
Dialogo 1:
Mamma Certo che quel nuovo terrazzo è pericoloso...
Figlia Pericoloso?
M: Certo! un bambino piccolo potrebbe farsi male!
F: Non ci sono bambini piccoli, qui
M: Mgr...mgr...
F: Eh?
M: Mi sembra ce ne siano due di troppo perché ne arrivi un altro...
Dialogo 2:
F: Ho una notizia sconvolgente... la vuoi sentire?
M: Cosa?
F: Limpida (un anno in più di me) è incinta... Ti rendi conto?!?!
M: E quindi?
F: Ma non ti sconvolge?
M: Ha 34 anni. Sarebbe anche ora! Anzi, è già quasi troppo tardi!
F: Ma io non ne facevo un fatto anagrafico! Io sto pensando alle conseguenze UMANE del suo atto procreativo!
M: Beh, sì... Però l'età è già fin troppo giusta!
Dialogo 3:
M: Ma la tua collega, di bambini non ne vuole?
F: Certo, è il terzo anno che ci prova... Ma a quanto pare hanno dei problemini...
M: Colpa sua o di lui... Colpa per modo di dire, eh!
F: Di entrambi: lei è inospitale e i girini di lui hanno il testone pesante e si arrendono prima di arrivare alla meta
M: Deficiente! Non sai spiegare le cose senza fare battute? (sogghigno)
F: No... (sorriso scemo di figlia monella)
M: Non si può iniziare troppo tardi a provarci... vedi?
F: Cosa?
M: La merda rosa!
F: Mamma!
M: Figlia!
Non capisco se questo suo cambiamento sia dato dal timore che io non la renda mai nonna (anche se da nonna non è che si diverta troppo) oppure per il terrore che io diventi come mia zia, con cui non ha mai avuto un idilliaco rapporto. In effetti qualche tratto del carattere che tanto la infastidisce affiora nella mia complessa struttura emozionale e poi anche io sono accoppiata ad un uomo più giovane e senza figli. Insomma le premesse sono buone... o no?
Comunque il suo sguardo truce, che da adolescente ho imparato a temere, e di cui, da adulta fuori casa, ho sentito spesso la mancanza, mi sta indubbiamente scrutando l'orologio biologico...
E se quest'ultimo si mettesse a ticchettare per lo spavento?
"Si combatte con le armi di cui disponiamo. O meglio, con le armi che ci vengono lasciate a disposizione. L'importante è avere il coraggio di continuare a combattere, anche se si è consapevoli che la partita è già persa in partenza. Giusto per non impazzire, o peggio, detestarsi."
"I vigliacchi non si detestano."
"Oh sì, invece. Ma mentono a se stessi. Perché ammetterlo sarebbe un suicidio morale. A questi, si aggiungano tutti quelli che hanno paura del conflitto, o di non essere più amati se compiono dei gesti di ribellione."
"E' un'apologia della violenza individuale?"
"No. No, certamente no. Solo la convinzione dell'utilità o della necessità sporadica del conflitto."
Mi sono finalmente decisa ad andare dall'omeopata per la cervicale, ma si sa, da questi stregoni vai per un patereccio e ti ritrovi a dover seguire rimedi per ogni singola parte del tuo macilento corpo. Così, dopo un iniziale colloquio sulla sottoscritta e le sue abitudini di vita, ho iniziato una cura generica: Pu|sati||a.
Così, tanto per curiosità, ho sbirciato un po' in giro per vedere Pu|satil||a cosa fa, e sono rimasta quasi sconvolta, leggendo il mio quasi perfetto ritratto di morbosa malata mentale. Ad esempio: "Il tipo sensibile Pu|sati||a presenta delle caratteristiche somato-psichiche ben definite e facilmente riscontrabili. L'aspetto tipico della donna-Pu|tsati||a è quello riprodotto dai Maestri pittori italiani del XV secolo o dai pittori Fiamminghi del XVII secolo: forme rotondeggianti, viso angelico, mani paffuttelle, seno prominente, sguardo che lascia trapelare una leggera tristezza. La cute è pallida e marmorizzata, ovvero lascia trasparire il reticolo venoso soprattutto a livello delle gambe, provocato da una certa stasi venosa periferica." e poi "Intolleranza al caldo, all'esposizione prolungata al sole, all'eccessivo "dolce far niente": infatti il caldo e il riposo favoriscono la stasi venosa. Al contrario il movimento e l'aria aperta, le applicazioni fredde (malgrado una spiccata freddolosità) daranno un netto miglioramento." e anche "Strettamente legata alla stasi venosa è la variabilità dei sintomi: dalla freddolosità alla calorosità, dal buon umore alla malinconia (cioè la variabilità dell' umore dipende dalle condizioni della salute fisica e in altre parole dalle condizioni circolatorie); in PU|_SATI|_|_A ciò che aumenta la congestione venosa peggiora lo stato psichico. "Tutto è variabile in Pu|sati||a" : i dolori sono erratici, facilmente accompagnati da brividi; bocca secca senza sete accompagna una digestione lenta e difficile, soprattutto dopo alimenti ricchi di grassi, con gonfiore addominale ed eruttazioni con il gusto degli alimenti. Il ciclo mestruale facilmente risulta irregolare e doloroso."
"Dal punto di vista psichico PU|_SATI|_|_A ha un carattere dolce e remissivo, timido, emotivo ma facilmente irritabile e suscettibile. Presenta una tristezza di fondo e il pianto facile, ricerca quindi la consolazione e la compagnia altrui riprendendosi facilmente: l'umore è facilmente mutevole. Il carattere è indeciso e irresoluto, è attaccata ai ricordi passati, alla famiglia, alla casa, alle tradizioni. E' fondamentalmente gelosa (o egoista?), soprattutto alla fine di un rapporto: quando non è più al centro dell'attenzione, coccolata e consolata, può diventare facilmente fredda e indifferente, paradossale e contraddittoria; può mascherarsi, mentire sulla sua sofferenza interiore per ricercare un nuovo equilibrio…"
Porca zuppa, sono io!
Poi trovo anche:
I sintomi cerebrali sembra che nascano per azione riflessa dalle condizioni di altre parti del corpo. (io)
Cefalea in seguito a soppressione del ciclo. (io io io)
Cefalea da indigestione, specialmente di grassi. (sempre io)
Cefalea dopo intasamento di catarro sinusale e bronchiale. (almeno questa, no)
Irrigidimento e dolori reumatici nucali. (porca zozza, io al 100%)
Dolore della regione lombo-sacrale, come da distorsione. (io, eccome!)
Articolazione dell’anca dolorosa, come se ci fosse una dislocazione. (ecco, giusto da qualche mese)
Dolore strappante , con sensazione di tensione, alle cosce e gambe. (nu, evvai!)
Sintomi mentali (ahia!)
Tendenza a piangere ad ogni occasione. (già, vero)
Gentile, timida e arrendevole. (non si direbbe, eh?)
Nello stesso tempo nervosa, scontrosa , di malumore. (vedo molte teste annuire)
Il nervosismo e la timidezza sono le caratteristiche principali della paziente Pu|sati||a. (ecco, io)
Sonno
Insonnia per aver cenato troppo tardi o aver mangiato troppo. (malauguratamente)
Insonnia nella prima metà della notte. (eccomi lì)
Poi dorme bene fino al mattino. (rieccomi lì)
Grida e piagnucola nel sonno in seguito a sogni molto realistici e spaventosi. (per fortuna che non me li ricordo)
Sfera d’azione elettiva
Pu|sati||a è un rimedio di uso frequente nelle donne mentalmente disturbate che soffrono di problemi mestruali. (mentalmente disurbata? Io!)
Le pazienti Pu|sati||a sono dolci, gentili e compiacenti, tendenzialmente allegre, eppure manifestano un carattere instabile e volubile, tanto da ridere, spesso, in mezzo alle lacrime. (Eccomi, eccomi!)
Fra le donne sofferenti di malattie mentali spesso la somministrazione di questo rimedio migliora anche i sintomi mentali. (dopo un inziale peggioramento, sto sperando…-___-)
Melanconia religiosa, specialmente nelle donne deboli fisicamente, e mentalmente ansiose e apprensive. (religiosa no, però!)
Disturbi gastrici recenti. (appunto)
Stati infiammatori a carico dell’occhio e dell’orecchio. (occhio, soprattutto)
Insomma, sono quasi da manuale, giusto con un filino di eccezioni, che mi confermino la regola.
Per far scomparire un cellulare si può amalgamare:
- sonno matutino
- luogo affollato
- ladruncoli in agguato
- una chiamata senza risposta da verificare
Non riesco ad affezionarmi a nessuno spazio cibernetico tanto da rimanerci a lungo (DeviantArt rimane tale solo perché sono troppo pigra per trovare un altro spazio che mi aggradi maggiormente)
Quindi, adesso che il template del blog inziava a soddisfare la mia indole tabbozza, e che stavo seguendo una certa irregolare cadenza nel pubblicare 'ste ca**ate che scrivo, sto seriamente vagliando l'opportunità di trasferirmi altrove.
Facile comprendere verso quale nuovo modaiolo lido mi porterebbe l amia smania di vagabondaggio in rete, se si pensa alla moda del momento...
Questo non è un post, questo è un collage di "memorable quotes" di film che amo ed ho amato, un collage che potrebbe avere un senso compiuto, con il giusto interlocutore.
- I guess I could be pretty pissed off about what happened to me... but it's hard to stay mad, when there's so much beauty in the world.
-Sometimes you have to be a high-riding bitch to survive. Sometimes being a bitch is all a woman has to hold onto.
- What do you think you are, for Chrissake, crazy or somethin'? Well you're not! You're not! You're no crazier than the average asshole out walkin' around on the streets and that's it.
- Generally speaking, things have gone about as far as they can possibly go, when things have gotten about as bad as they can reasonably get.
- Heaven and hell are right here, behind every wall, every window, the world behind the world. And we're smack in the middle.
- Sometimes you gotta chew your own leg off to get out of life's traps.
- Let me tell you something my friend. Hope is a dangerous thing. Hope can drive a man insane.
- *everyone* has the right to make an ass out of themselves. You just can't let the world judge you too much.
- Answers make you wise, questions make you human.
- All your life you live so close to truth it becomes a permanent blur in the corner of your eye. And when something nudges it into outline, it's like being ambushed by a grotesque.
- Everything seems like nothing to me now, 'cause I want you in my bed. I don't care if I burn in hell. I don't care if you burn in hell. The past and the future is a joke to me now. I see that they're nothing. I see they ain't here. The only thing that's here is you - and me.
- You can fuck me in the ass. You can cum on my face. Just keep it out of my hair. I just washed it.
- I ask for so little. Just fear me, love me, do as I say and I will be your slave.
No, non in generale. Io parlo del mio caso specifico, della mia mamma, amato oracolo maldestro e menagramo a tempo perso.
Se l'autunno a cui sto andando incontro è mite, basta un suo accenno a temperature rigide in agguato, che il giorno dopo mi trovo a grattar via dal parabrezza il primo ghiaccio della stagione.
Se accenna alla nebbia, sono già rassegnata a trovare una spessa coltre bianco-lattiginosa ad attendermi, ovunque vada, al successivo viaggio in auto.
Se poi mi mette in guardia da qualsiasi tipo di contrattempo, sono spesso tentata di contattare il mio puntello di turno, per avvisarlo che sarò sicuramente in ritardo per sopraggiunte cause di forza maggiore, non dipendenti dalla mia volontà.
E guai se solo oso farle notare che immancabilmente, se azzarda previsioni negative che riguardino la mia persona, quelle sue profezie diventano inevitabili realtà! Si offende, mi insulta, fa la sostenuta risentita. Insomma, non posso neppure chiederle di evitare quel tipo di esternazioni senza incappare in un litigio madre-figlia di quelli che non se ne vedono più.
Eppure. Eppure anche lei ci crede, perché sulle vacanze in moto, non ha mai espresso opinioni.
Qualche volta vedi due occhioni scintillanti, incastonati nel musetto di un pupo tutto sorrisi e giuggiole, e pensi "Però!".
Qualche volta vedi una manina stretta convulsamente al dito del genitore di turno e un sorriso grande come l'universo che innalza gli angoli della bocca di entrambi e ti dici "Forse..."
Qualche volta vedi un pancione macroscopico portato con fatica, orgoglio, stanchezza, gioia, dolore e speranza e immagini come starebbe su di te, che effetto avrebbe su di te.
Qualche volta pensi a quanti anni hai e senti l'orologio biologico un po' in fermento.
Qualche volta pensi ai nomi propri di persona e selezioni una rosa di candidati ricercati, ma non troppo.
Poi...
Poi fai un aperitivo con un'amica, una cara amica che non vedi da anni... e invece che ascoltare rapita i suoi racconti e aggiornarla sulla tua vita, ti ritrovi a schivare bottigliette di aperitivo rosso schizzate in giro, evitare piccole dita unte di patatine che arrancano sui tuoi jeans, alzare il tono di voce per farti sentire oltre gli schiamazzi e i trilli, mettere le mani a conca di fianco alle orecchie, per captare la voce della tua amica... E, chicca finale, scopri che quegli sciammannati di genitori che non si curano del fastidio che la loro creatura provoca agli altri avventori del bar, quei genitori che sono lì a recitare la parte, come in un set di spot di brut (scusa S.B.), hanno chiamato quel piccolo, esile troll dalla chioma bionda, niente di meno che Cheyenne!
Ecco, le urla, il fastidio, la borsa della nonna piena di campari, gli occhiali da sole della mamma unti di patatine, il palese rincoglionimento della famiglia tutta, mi hanno fatto ricordare che stanno finendo i preservativi.
Quando il mio sorriso ti migliora l'umore, per favore, dimmelo.
Quando il mio risotto viene meglio di quello di tua madre, per favore, rivelalo.
Quando ti porto a casa i tuoi giornali, i tuoi libri, le tue riviste, non dico di rimborsarmele, ma almeno un "grazie", per favore, ciaccialo fuori.
Quando mi trucco (occasione rara, oramai) e il mio viso assume una forma vagamente piacente, per favore, esprimilo.
Quando la mia espressione sembra quella di un bassethound perpelsso, per favore, evita di sottolinearlo.
Quando la mia carbonara si è raggrumata e sa di poco, mangia, taci e, per favore, fammi anche un sorrisone.
Quando mi compro un paio di scarpe, per favore, non farmi notare che ne ho già almeno 1000 paia, esagerando, oltretutto.
Quando torni dal lavoro sabato a mezzogiorno e mi trovi scarmigliata, con rimasugli del trucco della sera prima sparpagliati a caso sulla faccia, in tuta e con le pantofolone ai piedi, per favore, non metterti a ridere.
Non ti ho mai promesso che sarebbe stato facile, né tantomeno che te l'avrei reso tale, ma ti ho dato una garanzia illimitata su eventuali malfunzionamenti. Però, per favore, tu leggi le istruzioni.
"Ora" dicono quelle labbra rosso Plumbago "mi racconterai la tua storia come lo hai appena fatto. Scrivila tutta quanta. Racconta quella storia, ancora e poi ancora. Raccontami la tua triste storia del cazzo per tutta la notte." Quella regina Brandy punta verso di me un dito lungo e ossuto.
"Quando capisci" dice Brandy "che quella che racconti è solo una storia. Che non sta più succedendo. Quando realizzi che la storia che stai raccontando sono solo parole, quando puoi sbriciolarla e gettare il tuo passato nel secchio dell’immondizia" dice Brandy, "allora riusciremo a capire chi sarai."
[Invisible Monsters - C. Palahniuk]
E se io non avessi più nessuno a cui raccontarla. la mia storia? Non capirò mai chi sarò, temo.
Ascolti una canzone per un anno o più, facendola sempre più tua, sentendone il ritmo scandire sempre più precisamente l'incedere del tuo tempo, cogliendo sprazzi di testo che ti dipingono a pennello.
Poi decidi che quel testo vuoi conoscerlo tutto: la tua vita, i tuoi lowhighs, le tue paturnie, tutto ciò che avresti voluto (far) sapere di te stessa e non hai mai osato(far) chiedere, tutto sciabolato in uno scritto incisivo, mordace, sferzante di ironia e disperazione.
E Amanda non ti è mai sembrata così vicina per affinità e così lontana per capacità.
Lo sappiamo che in pianura padana l'estate si rivela sempre come un enorme sacca di sofferenza umana e animale.
Lo sappiamo che in queste zone a tratti paludose (sì, gli antichi romani bonificarono egregiamente, ma se nasci palude, esali umidità imperitura, anche se adesso sei mascherata da campo agricolo) il caldo fa sviluppare e dischiudere solo uova di zanzare e sacche di rovente aria umidiccia.
E sappiamo anche che le notti, per chi non è provvisto di condizionatore, si tramutano in lunghe pause insonni sdraiati su catafalchi ardenti, con le articolazioni ridotte a schicchiolanti giunture rugginose, bersagliate per ore da quasi inutili ventilatori.
E sappiamo che pochi sono i privilegiati che possono mollare tutto, quando l'asfalto si scioglie in rivoli incadescenti sotto le infradito, raggiungendo lidi più feschi.
E non è possibile dimenticare il fatto che i mezzi di trasporto, con questo insano disgustoso clima, diventano ricettacoli di miasmi irrespirabili già alle 8 del mattino.
Allora perché? Perché? Perché cazzo continuate ad invocarla sta stagione schifosa, unta, sudata e rovente?
Il prossimo inverno, quando il primo idiota si lamenterà dei climi rigidi e delle giornate corte, non stupitevi se me ne andrò a casa con il suo setto nasale stampato sulla fronte.
Siamo animali, con tanto di istinto di sopravvivenza. Lo stesso istinto che mi sta spingendo ad un'azione di cui potrei solo pentirmi.
Per sopravvivere rischio di far soffirire altre persone. Ma chi sono io per decidere della sofferenza altrui? E chi sono io per incolpare l'istinto? E se il vero istinto di sopravvivenza fosse la negazione della stessa?
Che alternativa abbiamo, noi ciccione, per non apparire delle sciatte figure sudate, incapsulate in poliestere impietoso e maleodorante? Esclusa la dieta con annessa attività fisica, ovviamente…
Vado ad elencare:
Effetto mignotta: scoprire il più possibile, incuranti di rotoli e rigonfiamenti antiestetici. Mostrare petto e coscie abbondanti e traboccanti, per stordire con l'opulenza e distrarre dalla fatiscenza dell'organismo, soffocato da cellule adipose.
Effetto corista blues/sacerdotessa di santeria: indossare larghe, larghissime palandrane dai colori sgargianti tinta unita e gonne o pantaloni che nascondano anche i piedi, ingioiellarsi come mandonne di pompei con monili paraetnici rigorosamente di metallo seminobile. Fasciare i capelli in vistose sciarpe di seta a tinte forti stile turbante o fazzoletto di Mamy. Sfarzo e anticonformismo, con l'aggiunta di un'uidea di mistero.
Effetto rrriot grrl: è una variante della mignotta, ma senza ammiccamenti erotici. Solo carne esposta in bella vista, ma sapientemente fasciata da logori abiti neri possibilimente incrostati di utensileria varia, possibilmente cromata. Capelli di colori improbabili e appariscenti. Un modo per distrarre dalle pingui (de)forme. Sguardo collerico e sigaretta perenne.
Il titolo non avrebbe bisogno di altre spiegazioni, ma tanto per gradire: oggi sono passata davanti alla vetrina di un negozio di abbigliamento e in contrasto con i manichini taglia 38 che indossavano tubini sfilatissimi per senza-pancia-senza-petto-senza-fianchi-senz'anima, si rifletteva la mia immagine, che di manichini ne veste due, e per l'ennesima volta mi sono incazzata con i maghetti-caghetti della moda che pensano solo alle twiggy del 21esimo secolo. E noi balene spiaggiate all'idroscalo possiamo solo sperate in qualche asciugamano bagnato, che ci allevi le sofferenze.
Lo so che non dovrei anelare a taglie comode di taglio gggiovane, ma ad una dieta equilibrata che con il giusto movimento mi aiuti a tornare in forma smagliante. Ma domani compio 33 anni, sono una pendolare che sta fuori casa 12 ore al giorno e non ho più voglia di mettermi alla prova.
L'inconfondibile voce del Signor G pervade la cucina, facendo a gara con l'aroma di caffè per rendere lieta la mattina appena iniziata.
Il ritornello de "La Libertà" si interrompe per dar spazio alla pubblicità di una nota marca di motocicli.
E mi rendo conto che si può essere mogli fedifraghe anche se già vedove. Che tu possa bruciare nel tuo inferno privato, Mrs Tailleur. Più che presidente della Provincia, sei solo una pezzente provinciale irrispettosa.
Ma davvero ti senti antipatica? O forse preferisci credere di risultare simpatica SOLO alle persone che piacciono a te, in un circolo virtuoso di apprezzamenti ad alto livello?
Perché è lì che ti collochi, nevvero? E' tra le alte sfere dell'intellettualoidismo che immagini appoggiate le tue chiappe sode e ben tornite.
Sveglia, principessina del blogghino divino (o dell'ufficetto fighetto, o del baruccio caruccio, tant'è uguale)! Sei simpatica alle masse, e questo ti detrona a strattoni. Vieni giù insieme al volgo, che almeno riesci a brillare un poco!
Non ho più l'età. Lo devo ammettere. Definitivamente.
Quando mai 3 vodka tonic e un bicchierino di birra mi avevano prostrato in un letto di lancinate dolore intracranico per 12 lunghissime, agonizzanti ore, cadenzate solo dall'assunzione di sostanze analgesiche e vagamente psicotrope?
E soprattutto, perché proprio sul limitare del mio 33esimo anno di vita, mi sono dovuta imbattere nella consapevolezza che non é più cosa?
Il mio capo ha paura di me… L'ultima volta (la 12esima) che gli ho spiegato la stessa formula di Excel, gli ho detto "spero sia l'ultima"
10 minuti fa è entrato un collega nel mio ufficio chiedendomi "Che mi spieghi la TAL FORMULA, che il tuo capo mi ha chiesto di spiegargliela e io non la conosco?"
Ha solo vergogna, o è terrorizzato all'idea di richiedermela, secondo voi?
In realtà ci ho già provato. Ma è andata male. Perché ci ho provato per le ragioni sbagliate: stizza, invidia, "io so fare meglio", "magari da qui mi legge"...
Quindi ora ci provo per curiosità di provarci e perché mi si assiepano in testa macro-haiku splendenti di saccenza, che non so dove archiviare.