IO: Mi fai provare i tuoi SPLENDIDI occhiali neri e viola (sic)?
COLLEGA: secondo me ti stanno bene.
IO: (li indosso)
PRINCESS: Stai benissimo! Sembri l’infermiera porca di un film porno.
Quando i complimenti arrivano, mica posso permettermi, nella mia precaria condizione fisica-psichica, di selezionarli ed accettare solo quelli che mi aggradano. Mi faccio andar bene più o meno tutto, dal “Ma non li di mostri, 36 anni, sembri molto più giovane”, che mi rincuora non poco, anche se la difficoltà delle rughe ad affiorare sul mio viso è legata all’importante presenza del malefico grasso sottocutaneo, al “che begli occhi che hai! Cos’è, una sesta?” che tutto sommato, è poco signorile a ma vuol dire che ho ancora qualche carta da giocare.
E’ per questo, penso, che l’elogio arrivatomi dalla mia splendida Princess, malgrado la solita peculiarità che contraddistingue tutto ciò che la splendida ninfetta esprime, abbia sortito il suo effetto positivo e mi abbia fatto piacere. O forse è solo che, inconsciamente, vorrei fare l’attrice.
Ultimamente i miei fine settimana scorrono all’insegna dell’ignoranza e della superficialità, per scacciare i fantasmi della mia depressione, tanto alimentata dallo stress settimanale. E’ così che ieri mi sono persa una notizia estremamente triste: Alda Merini è morta, ieri. Anziana tempesta di pensieri, consunta da un tremendo male alle ossa, Alda è stata uno di quei personaggi che spesso mi dimenticavo esistesse, penso, anche, per non stare ad osservare fuor di misura, un ritratto che troppo spesso mi sembrava uno specchio, con le troppe similitudini che ci accomunavano. Ma poi bastavano un aforisma letto da qualche parte o una fugace apparizione in TV per riportarla intensamente alla mia attenzione. (intendiamoci, non mi paragono alla poetessa, ma alla donna fragile e disturbata. Sia chiaro che sono fermamente conscia di non essere neppure in grado di leccare le suole della sua arte)
Alda era *la* poesia, vaga impertinente prepotente e ammaliatrice. Un cuore di bimba con mille scorze impenetrabili, che aveva la capacità di cantare la canzone del mondo, così come quella di suonare la nota di ogni anima che avesse intorno. Senza peli sulla lingua, senza freni e senza pudore, si stracciava le vesti d’innanzi ai propri lettori, mettendo a nudo la propria sofferenza, asettica come un bisturi, rovente come una brace abbandonata ad ardere in mezzo alle ceneri altrui. Alda era la sofferenza tramutata in canto, sanguinante di liriche atrocità. Alda mi mancherà, seppur mi facesse paura, talvolta, leggere i suoi scritti.
... questo blog letto da tre persone in croce, pubblico comnque il link al post di Sandrone Dazieri Contro la censura di stato e al trailer del film in questione, che non ho visto, non so se vedrò e non so neppure se mi possa piacere, ma condivido il pensiero del gorilla.
Questa mattina, la seconda e ultima di cazzeggio semi-autorizzato in ufficio, scorrendo la mia posta privata ho trovato la seguente e-mail:
“Hey there! I work for Amanda Palmer (I'm her photo intern) and I love the photos you have of her on your page. We would love to have high res versions of them to use on her website, MySpace and promo materials. Could you send a zipped file of the top 20 or so to *** using *** or ***? We would really appreciate it.”
Va be’, al solito i cinici diranno chestanno semplicemente sfruttando il mio lavoro, i venali aggiungeranno che lo fanno senza remunerazione alcuna alla sottoscritta. Ma a me non interessa. A me continua a rimbombare in testa la frase “I love the photos you have of her on your page” e sono felice come una bimba, una stupida bimba un po’ orgogliosa e un po’ vanitosa.
Che bello avere la giornata libera, nel senso che i capi sono tutti via e il cazzeggio, in ufficio, è selvaggio. Ho dedicato tutto il tempo a disposizione per scrivere il live report del concerto di venerdì. Amanda mi ha stregato.
E se fosse meglio così? E se averla persa a soli 27 anni abbia regalato all’umanità un’immortale dea della musica? E se non c’entrassero la CIA, il destino, l’eroina o il male di vivere, ma semplicemente l’Olimpo avesse bisogno di nuove leve e non potesse permetterle di mantenere le sue spoglie mortali, immolando il suo corpo per rendere eterno il suo nome?
Chissà cosa sarebbe diventata, Pearl, se fosse sopravvissuta a quell’iniezione fatale di 38 anni fa. Chissà se avrebbe venduto l’anima come la maggior parte delle “star” che sono arrivate ai giorni nostri, o se si sarebbe ritirata a vita privata, magari con un negozietto di memorabilia in Frisco, oppure sarebbe solo invecchiata, come Grace Slick (che pensa di dipingere oggi come cantava allora, va be’, ma questa è un’altra storia) o, meraviglia delle meraviglie, avrebbe continuato a cantare il suo Kozmic Blues ancora e ancora, rendendo questo mondo un po’ meno squallido.
Ho cercato le sue citazioni in rete per riproporne qui una arguta e brillante, ma è impossibile scegliere, perché in ogni sua parola ci trovo il suo blues. Così, come a quindici anni non riuscivo a spegnere lo stereo se lei stava cantando, così non riesco a decidere quali sue parole parlino meglio di lei.
Così ecco il sito in cui trovarle tutte, più o meno.
Da Memento in poi, Nolan si è scavato una nicchia nel mio cuore pulsante di cinefila onnivora. E anche se non è più riuscito a raggiungere un tale livello di eccellenza visionaria, con The Prestige ha saputo incantarmi quasi fino alla fine... sarebbe bastata una battuta in meno per rendere quel film una purissima gemma preziosa ...
All'appello mi manca Insomnia, ma prima o poi rimedierò.
Batman Begins è, a mio avviso, stato utilizzato come bozza, tanto per prendere le misure a Christian Bale e piazzargli addosso un costume, e per sapere come piazzarlo al centro della scena.
The Dark Knight, invece, è la stesura definitiva (per Heath Ledger in più di un senso). E' la dimostrazione che se si porta un personaggio dei fumetti, equipaggiamento incluso, su grande schermo, non è per forza necessario portarci anche il fumetto.
Il Cavaliere Oscuro non traccia confini tra bene e male, tra oscurità e chiarore, ma fotografa il libero arbitrio con una crudissima luce al neon, donando al caos un ruolo da protagonista ed evidenziando, nei tentativi di redenzione, solo un altro modo per correre verso la dannazione.
Spenderei due parole anche su Bale ma, seppur lo consideri un bravissimo attore, che cresce ad ogni ruolo che affronta, finirei per incensarne solo il torbido sex-appeal, gran pezzo di maschio arrapante qual è... Ehm! :)
E sì che mi sentivo risoluta. Ero convinta che il mio "no" fosse perentorio. Ma la noia di una calda note agostana produce anche questo; lassismo, morbosità e pedanteria mi hanno spinto dove avevo giurato che non mi sarei mai trovata: davanti alla trasposizione cinematografica hollywoodiana di uno dei miei romanzi preferiti.
Ho letto "Io sono leggenda" l'estate dei miei 19 anni, subito dopo la maturità. Ma il titolo era "I vampiri", perché era contenuto in un vecchissimo tomone rilegato dell'Urania, o roba simile. Ricordo le ore canicolari riarse dal sole di luglio, che tanto ci aveva impiegato a venir fuori e che quindi voleva recuperare alla grande tutto il tempo passato dietro le nuvole di giugno, e ricordo la luce che scolpiva le ombre come se fossero blocchi di ossidiana tagliente. Sentivo la sofferenza di Robert Neville, ma sentivo anche la sua noia, la sua disperata necessità di un contatto sociale. Ricordo di aver pianto alla morte del cane. Ricordo la malinconia che mi invadeva le viscere mentre leggevo e la difficoltà a staccarmi dal filo narrativo. Ricordo il finale, un po' ostico, ma geniale, sofferto, stravolgente e stravolto.
E adesso ho visto il film, malgrado, come dicevo, mi ero ripromessa di non farlo. Wil Smith (proprio quello della legge...) tutto sommato non è male. La New York apocalittica è ben resa. E poi basta. La trama è raffazzonata. Il protagonista mitizzato e pompato. I flashback smozzicati. I mutanti plasticosi. Il cane disneyano. E il finale... Il finale... Il finale... è una cagata pazzesca. Ma soprattutto, di tutte le migliaia di ignoranti (nel senso che ignorano il romanzo) che hanno visto il film, mi chiedo se ce ne sarà stato almeno uno che si sia posto la domanda "Perché il titolo è *Io* sono leggenda?"
Come ho fatto a non accorgermi che "Happy Together", utilizzata qualche anno fa come tema per la campagna pubblicitaria della Vodafone era cantata e suonata dai fantasmagorici, mirabolanti e dissacranti Leningrad Cowboys? Io che ho propinato il capolavoro visionario di Aki Kaurismaki: Leningrad Cowboys go America a chiunque fosse in grado di reggere un paio d'ore di film finlandese!
E soprattutto, io che mi sono presa il DVD di Total Balalaika Show per sentire e vedere questi pazzi finlandesi suonare con il coro dell'Armata Rossa...
L'Alcatraz era una fornace ieri sera, ma il caldo umido di questo vischioso anticiclone africano ne era responsabile solo in parte. Al cospetto di Re Inchiostro, ormoni femminili in ebollizione elevavano la temperatura di un grado a canzone. Ogni sua sconnessa movenza faceva palpitare i cuori, ogni rauco urlo nel microfono strappava bollenti sospiri, ogni asciugamano lanciato scatenava lotte nel fango.
Ah sì, anche il concerto ci è piaciuto.
[...]
He's a ghost, he's a god,
he's a man, he's a guru
You're one microscopic cog
in his catastrophic plan
Designed and directed by
his Red Right Hand
Per fortuna che alla fine ci sono andata da ospite pagante, perché davvero non saprei trovare le parole per descrivere l'immensità del concerto di ieri sera. Sono ancora pervasa di magia industriale e spero che duri tanto a lungo.
SABRINA
It's not the red of the dying sun
The morning sheet's surprising stain
It's not that red of which we bleed
The red of cabernet sauvignon
A world of ruby all in vain
It's not that red
It's not as Zeus' famous shower
It' doesn't, not at all, come from above
It's in the open but it doesn't get stolen
It's not that gold
It's not as golden as memory
Or the age of the same name
It's not that gold
I wish this would be your colour...
Your colour, I wish
It is as black as Malevitch's square
The cold furnace in which we stare
A high pitch on a future scale
It is a starless winternight's tale
It suits you well
It is that black
I wish this would be your colour...
Your colour, I wish
Eccomi a cambiare prospettiva, perché l'ultimo obiettivoè stato egregiamente e goduriosamente raggiunto e superato, mentre il prossimo, di cui ho già discettato in questo luogo, in modo anche piuttosto noioso, è lungi dal divenire imminente (anche se ho già i biglietti, sìsìsì!)
Quindi! La prospettiva cambia e mi trovo a guardare avanti, con nuove aspettative e poco lavoro, dato che 4 concerti su cinque va a finire che me li sono dovuti pagare... (ok, ok, non mi metterò a lamentarmi, è un anno e mezzo che li vedo tutti gratis...) Anzi, a volerla ben vedere, sarà anche un bel banco di prova per capire perché scrivo di concerti: se solo per pagarmi in qualche modo la possibilità di verdeli gratis o perché alla fine mi ci diverto pure.
In ogni caso mi aspettano:
10 aprile - Einstürzende Neubauten - Acatraz
12 aprile - Buning Latex - Jail
14 aprile - Elio e le Storie Tese - Rolling Stone
19 aprile - Team Plastique Berlin - Jail
30 aprile - Surgery - Muscidrome
Mentre i due del Jail sono esperimenti che oso compiere solo perché in zona amica, e quello all Rolling è una certezza di godimento, non fosse altro per l'eccellenza degli strumentisti che compongono il gruppo, per il primo e l'ultimo impegno di questo mese ricco di musica, mi sento di spendere due parole.
Surgery
Vengono da Roma, sono elettro-coatti e mi piacciono una cifra. Almeno su traccia. Su myspace rendono parecchio con i pezzi dell'ultimo album "L'Altra Educazione" e la cover di "Lamette" è trash quanto basta per portarmi al Musicdrome per una sana sessione di elctrodance, di quella che piace a me e che faccio sempre meno... Einstürzende Neubauten
Qui in Italia, un po' per la lingua ostica, molto per l'ignoranza fatta di sanremini e ligabovini che infettano la scena musicale italiana, non sono nemmeno lontanamente considerati, se non da chi ha seguito percorsi sonori fuori dagli schemi italioti durante gli anni '80 e '90 e non si è fatto irretire dalle schitarrate d'oltreoceano come se esistesse solo il rock all'ammericana. Creatori dell'industrial, non sempre di facile ascolto, capaci di inaudita violenza come di soavi melodie di piglio teutonico, sono in giro da quasi trent'anni. Blixa Bargeld, sì proprio l'ex-chitarrista di Nick Cave, sì proprio l'altra voce di "The Weeping Song", si è inchiattito, tanto da mettere in tensione i bottoni del gilet del suo tre pezzi elegante, s'è fatto più riflessivo, ma non ha abbandonato le sue radici. Il loro ultimo lavoro, come ho già detto, è un capolavoro (so che non tutti la pensano così, ma fancù è un loro problema...) e dopo quattro anni avrò la possibilità di vederli ancora, sperando di sentire "Was ist ist". Fibrillo.
Sono pronta a fare un bilancio per fine mese. Nur was nicht ist ist möglich.
Sarà che mi sento un racing rat ogni stramaledetta mattina, sarà la voce di Tom Smith, così calda e malinconica che mi fa friggere il sangue, sarà che aspetto questo concerto da un po', ma sono invasa da un'euforia adolescenziale all'idea di questa sera.
Nove giorni per redigerlo, tre per pubblicarlo, ma alla fine il Live Report per l'Independent Days Festival è online.
Il fidanzato me l'ha approvato ("divertente, ma sei stata troppo buona con quei buffoni dei NIN" I gusti son gusti.)
Il collega l'ha apprezzato ("mi piace" Laconico.)
Il contatto all'organizzazione ha gradito (-non ho quotes da riportare, perché non l'ho sentita io personalmente...-)
E adesso sotto con la nuova stagione. la Winehouse (prima che si ammazzi di coca), Rabia Sorda (e ci vado con il mio amico ritrovato), la Autumn (chissà perché ma il mio fidanzato è particolarmente interessato), magari anche i London After Midnight (malgrado i Kirlian Camera) e .. boh... spero tornino gli Editors in una data più felice. E se Regina Spektor si facesse una capatina qui...
Ho voglia di musica, teatro, cinema, cibo e vino, tutto in quantità. Speriamo duri.
Tim Burton's Nigthmare Before Chirstmas uscì nel 1993, anticipato, in sala, dal dolcissimo cortometraggio Frankenweenie. In Italia, il paese del sole, il film rimase in cartellone qualcosa come 4 giorni. Incompreso e snobbato.
Avevo 20 anni giusti, mi sentivo già adulta, già grande, già matura.
Sono entrata in sala, mi sono seduta sulla poltroncina di legno ed è iniziato il film.
Avevo vent'anni e mi sentivo di nuovo bambina, di nuovo piccina, di nuovo in grado di sgranare gli occhi e fare "Ooooh".
Ammetto di non potergli riconoscere solo meriti (Il pianeta delle Scimmie non si è evoluto e La Fabbrica di Cioccolato proprio non l'ho digerita), ma sono comunque sicura che ieri la Laguna brulicasse di uomini lupo, paperelle dentute, streghe svampite, vampiri impettiti, scheletri sincopati, gemelle siamesi, giganti buoni e nanetti cattivi, scienziati pazzi, bambole di pezza senzienti, babau danzanti e cani fantasma svolazzanti. E il re delle zucche, con balli e capriole, ne dirigeva le ovazioni per il loro più amorevole menestrello.
Quale donna sana di mente rinuncerebbe consapevolmente a partecipare, senza nessun impegno ne esborso alcuni, al gran galà della Mostra del Cinema di Venezia, con la possibilità di incontrare e adorare vis-à-vis idoli della propria adolescenza, icone della propria passione e feticci del proprio autoerotismo?
Io.
E non sono qui per giustificarmi, ma per farmi lapidare.
Ecco Trent, devo rendere un'ammissione di colpa...
Dopo aver perso il tuo concerto ad aprile, domenica scorsa accorrevo a Bologna per recuperare, felice di potermi anche godere lo spettacolo dei Tool, che proprio qualche tempo fa...
Ecco Trent, dicevo... gli atri gruppi me li sono persi, perché non si può costringere un essere umano ad entrare in una fornace e a permanerci fino alla fine dei giochi, con il sole a picco sui miei vestiti neri (sì, lo so, potevo scegliere un altro colore...) senza possibilità di tornare all'ombra dei pittoreschi stands della festa dell'unità di Bologna. Però degli altri gruppi me ne importava sega, perché c'eri tu alla fine, e prima di te i Tool, e io ero lì per te.
Quindi Trent, mi sono appollaiata sulla collinetta di terra malata ricoperta di erba morente e filtri usati proprio in fronte al tuo palco, aspettando che i Tool ti aprissero le danze.
Capiscimi Trent, Jambi e Stinkfist mi hanno inchiodato al suolo, Fortysix+2 mi ha rivettato la mascella alle ginocchia piegate, Schism mi ha scoperchiato il cranio e ha rimestato nel torbido, Rosetta ha iniziato a shakerarmi, arrampicandosi su per la colonna vertebrale, Flood mi ha limato le orbite, mentre Lateralus e Vicarious hanno abusato di me fino a sfinirmi. Le immagini, le luci, le movenze sincopate e sinuose di Maynard, l'assolo di Carey, i laser così anni '70, i disegni, tutto ha contribuito a sfondarmi il cranio e a stuprarmi l'anima. Alla fine del loro show ero attonita, mesmerizzata, ammaliata, prostrata, rinata, stremata.
Tutto questo per dirti, Trent, che il tuo concerto, seppur potente e vibrante, non è riuscito a smuovermi dal torpore indotto dall'esperienza di magnetismo animale di cui ancora oggi porto le stigmate sensoriali.
Insomma Trent, ti assicuro che mi costa moltissimo confessartelo, ma dopo Maynard, tu quasi mi hai annoiato...
Domenica finirò le ferie in bellezza, con un Independent Days Festival scribacchiato su un taccuino, immergendomi nelle nuove generazioni di rockers, facendo ammenda per aver perso l'ultimo concerto dei NIN, godendomi il live set dei Tool, che pare sia un grand guignol psichedelico, ballando e prendendo appunti, ascoltando e memorizzando scalette.
Lunedì lo passerò a riprendermi da cotanto slancio di gioventù e martedì tornerò a soffrire sui miei sudati tasti, nel mio triste ufficio stile playmobil.
Film come sogni, film come musica. Nessun'arte passa la nostra coscienza come il cinema, che va diretto alle nostre sensazioni, fino nel profondo, nelle stanze scure della nostra anima.
I. Bergman
Noi sappiamo che sotto l'immagine rivelata ce n'è un'altra più fedele alla realtà, e sotto quest'altra un'altra ancora, e di nuovo un'altra sotto quest'ultima, fino alla vera immagine di quella realtà, assoluta, misteriosa che nessuno vedrà mai, o forse fino alla scomposizione di qualsiasi immagine, di qualsiasi realtà.
M. Antonioni
Le poltroncine del Conservatorio Giuseppe Verdi sono una tortura, eppure me ne sono resa conto a stento, sommersa dai brividi estatici e dall'accapponarsi della pelle della schiena ad ogni nota che Lisa soffiava nel microfono, in quella posa algido-statica, che faceva un po' manequin d'altri tempi.
Temevo la noia, lo ammetto. Ma ho dovuto ricredermi e ho avuto il piacere di rinfacciarmi la mia ottusaggine, di ricordarmi che me l'ero detto che non dovevo perdermela anche 'sta volta, contenta di non dovermi recriminare nulla.
Un solo particolare mi ha inquietato (del concerto, perché delle poltroncine mi ha inquietato tutto): udire le prime note di Now we are free e sentir crescere la voglia di fare colazione, ad ogni soave fraseggio del pezzo.
La specializzazione è la tomba della versatilità. Intendo dire che se sei fissato su uno o al massimo due, tre materie (e parlo di lavoro, di vita privata, di hobbies, di studi, di fissazioni, di perversioni, ecc.) sei destinato a una vita senza fantasia, anche se una o più delle materie su cui sei fissato sono di stampo creativo.
Ho creduto per anni di essere una buona a nulla, una perdente, un caso cronico di frammentarietà sociale e costruttiva, ma mi rendo conto a poco a poco che questo mio saltare di argomento in argomento, questo essermi interessata di mille piccole cose anche solo fugacemente, ha arricchito la mia vita di migliaia di piaceri, di centinaia di sollecitazioni quotidiane alle quali posso attingere come più mi aggrada. E sono grata a questa mia disorganicità galoppante, perché anche nei momenti più cupi delle mie paranoie, i mille stimoli a cui sono sensibile, sovente sono riusciti a distrarmi dai vortici neri dei miei pensieri.
Peccherò quindi di superbia, ma considero i monotematici (o gli ipotematici) dei poveri di spirito, loro malgrado e malgrado l'impegno che profondono nella propria specializzazione. E sono altresì spocchiosamente convinta che socialmente abbiano più problemi, che vivano peggio il rapporto di coppia, che anche a sesso siano molto poveri di spirito, che non abbiano estrosità, slancio creativo ed entusiasmo neppure in quella meravigliosa pratica, perché vivono tutto ciò che non è la propria materia di specializzazione come un ostacolo nell'implementazione del proprio perfezionamento.
Quindi chi me lo farebbe fare di scambiare la mia frammetarietà e il mio pressapochismo con una mente mono o ipo-tematica? Preferisco approfondire altri aspetti della mia esistenza, ed essere considerata vanagloriosamente fatua.
Ribaltando un vecchio detto americano: Master of no trades, but jack of them all! And proud of it!
Il mio nome di battesimo non mi piace. E' per quello che tutti i miei cari, i miei amici e i colleghi più stretti mi conoscono come Lella.
Ho passato l'infanzia a sentirmi dire "Come la Carrà!", episodi che temo abbiano aggravato l'astio che ho nei confronti del mio appellativo.
C'è da dire, però, che da tempo tento di redimere quest'accozzaglia di vocali e consonanti stridenti (tra tutti i dittonghi armoniosi che esistono, proprio "ae" mi dovevano affibbiare...) cercando tra gli illustri personaggi del passato, un omonimo (meglio omonima) che mi riscatti, almeno nominalmente e finalmente ho trovato quello che fa al caso mio!
E non è solo il nome.. un qualcosa di mio ce lo vedo... OK, OK era una battona del Bois de Boulogne, ma dopotutto quest'elemento me la rende solo un po' più affine.
E adesso di motivi per andare a vedere la mostra di Tamara de Lempicka, ne ho uno in più.