Ultimamente i miei fine settimana scorrono all’insegna dell’ignoranza e della superficialità, per scacciare i fantasmi della mia depressione, tanto alimentata dallo stress settimanale. E’ così che ieri mi sono persa una notizia estremamente triste: Alda Merini è morta, ieri. Anziana tempesta di pensieri, consunta da un tremendo male alle ossa, Alda è stata uno di quei personaggi che spesso mi dimenticavo esistesse, penso, anche, per non stare ad osservare fuor di misura, un ritratto che troppo spesso mi sembrava uno specchio, con le troppe similitudini che ci accomunavano. Ma poi bastavano un aforisma letto da qualche parte o una fugace apparizione in TV per riportarla intensamente alla mia attenzione. (intendiamoci, non mi paragono alla poetessa, ma alla donna fragile e disturbata. Sia chiaro che sono fermamente conscia di non essere neppure in grado di leccare le suole della sua arte)
Alda era *la* poesia, vaga impertinente prepotente e ammaliatrice. Un cuore di bimba con mille scorze impenetrabili, che aveva la capacità di cantare la canzone del mondo, così come quella di suonare la nota di ogni anima che avesse intorno. Senza peli sulla lingua, senza freni e senza pudore, si stracciava le vesti d’innanzi ai propri lettori, mettendo a nudo la propria sofferenza, asettica come un bisturi, rovente come una brace abbandonata ad ardere in mezzo alle ceneri altrui. Alda era la sofferenza tramutata in canto, sanguinante di liriche atrocità. Alda mi mancherà, seppur mi facesse paura, talvolta, leggere i suoi scritti.
ELOGIO ALLA MORTE - Alda Merini
Se la morte
Fosse un vivere quieto,
Un bel lasciarsi andare,
Un'acqua purissima e delicata
O deliberazione di un ventre,
Io mi sarei già uccisa.
Ma poichè la morte è muraglia,
Dolore, ostinazione violenta,
Io magicamente resisto.
Che tu mi copra di insulti,
Di pedate, di baci, di abbandoni,
Che tu mi lasci e poi ritorni
Senza un perchè
O senza variare di senso
Nel largo delle mie ginocchia,
A me non importa
Perchè tu mi fai vivere,
Perchè mi ripari da quel gorgo
Di inaudita dolcezza,
Da quel miele tumefatto
E impreciso
Che è la morte di ogni poeta
