Erano … due anni che l’aspettavo. Ho rotto talmente tanto i marroni al mondo intero, con la sua musica e il mio entusiasmo per la sua musica, che le mie colleghe, per il mio da poco passato compleanno, mi hanno regalato due biglietti - anche per l’agrodolce metà - per il suo concerto (il piccolo dettaglio che io li avessi già, due biglietti, e per cui hanno buttato via i soldi, lo lasciamo perdere. E’ l’intenzione, che conta)
In ogni caso ieri sera ero a Villa Arconati, per Regina Spektor e non mi aspettavo certo l’affluenza riscontrata. La tensostruttura era gremita di un pubblico vasto ed eterogeneo, che, a giudicare dalle targhe delle auto nel parcheggio, arrivava da parecchie parti del nord-centro Italia. Sorpresa positiva!
Mi aspettavo, invece, purtroppo, la noia mortale della cantante di supporto, ‘Joan As A Police Woman’, che per fortuna ha suonato meno di un’ora.
Poi è arrivata lei. Piccina picciò, carina e rotonda, sorridente e timida. Regina ha voce da vendere, con un’estensione immensa e un tono dolce e drammatico a tratti, giocoso e frizzante in altri. Suona il piano, lo dico da profana, come se fosse nata facendo quello. Riesce ad infondere un’energia folk nelle sue inusuali ballate che spazzola via istantaneamente ogni dubbio di noia. Esperimenti jazz, richiami hip-hop e ispirazione dalle sue origini ebreo-russe ne fanno una cantautrice fresca, innovativa, splendidamente propositiva.
Il suo nuovo album è uscito da poco e poco lo conosco, però dal vivo mi ha fatto venire voglia di conoscerlo di più. E i brani tratti da “Begin to hope” mi hanno ammorbidito il cuore. Après Moi mi ha fatto venire la pelle d’oca, con i quaranta gradi che c’erano sotto il tendone. Samson è vibrato sulla superficie delle mie lacrime e That Time l’ho cantata a squarciagola insieme a lei.
Un’ora e mezza di concerto indimenticabile che, oltre al resto, mi ha fatto scoprire il maschio alfa che risiede nell’agrodolce metà. L’agrodolce metà ha un cuore di burro. E’ buono, comprensivo, sensibile ed empatico. E ama Regina Spektor quasi quanto me (un po’ la ama perché la amo anche io, e questo è ancora più bello). Dietro di noi si sono piazzati, più o meno a metà concerto, due ragazzetti idioti che continuavano a parlare ad alta voce. Veramente fastidiosi. Io ho messo su lo sguardo truce e mi sono girata un paio di volte occhieggiandoli furiosamente, ma non ho di fatto ottenuto nessun risultato. L’agrodolce metà, quindi, si è girato, ha detto “Se dovete parlare, andate la fuori. Qui date fastidio. Non voglio doverlo ripetere.” zittendo istantaneamente i due svantaggiati, che hanno fatto il resto del concerto seduti composti, fissando il palco, senza più aprire il becco. Una scena da film. Quando, finito il concerto, mi sono messa a prenderlo un po’ in giro, dicendogli che lui dice sempre che quella cattiva sono io, ma in realtà si rivela essere lui, lui ha specificato “No, ti sbagli. Io dico che tu FAI la cattiva. Io, invece, SO di essere pericoloso.”
... o come dicono in questo posto che si crede ammmericano, perfect timing. Non scrivo per giorni, mi dimentico del blog, faccio fatica ad esprimere a parole le mie emozioni... poi mi coglie l'ispirazione e scrivo ... nel giorno in cui non avrei dovuto scriverci, sul blog, per questo motivo! Quindi, ho cancellato ieri e ripostato oggi l'ultima mia sparata pasticciata. Ci tenevo a precisare.
Con questa testa affollata di pensieri fatico a concentrarmi, nel periodo dell’anno che richiede, da parte mia, un surplus di concentrazione fuori dalla norma.
La paura di soccombere allo stress è immensa, perché diciamocelo, è proprio in queste fasi di impegno elevatissimo, che il mio sistema di carte sgualcite crolla su se stesso, solitamente. Sono diventata più aggressiva, basandomi sul vecchio adagio che la miglior difesa è l’attacco; di conseguenza, se chi mi si para davanti porta con sé ansia e preoccupazioni, io aggredisco, per allontanare, tamponare, evitare. Non voglio e non devo sottostare alle dinamiche altrui, perché quello che ne dipende è la mia salute. Intendiamoci, non è che senza stress io possa guarire. La malattia c’è e lì rimane. Però è sopita, non disturba, non s’impone, se non, come ha già dimostrato più d’una volta, quando io mi sottometto alle altrui necessità e indebolisco le difese.
Si parla, quasi interamente, di necessità lavorative. Il mio ruolo è sovraesposto a molteplici coinvolgimenti, proprio nel momento in cui le energie mancano, dopo un anno di corse ed impegni ordinari, che comunque sanno spremermi discretamente. Però, non è solo il lavoro. Quando sono stanca (e SONO stanca) le lievi preoccupazioni si tramutano in cumuli insormontabili di paure e angosce; le generiche insofferenze altrui (anche gli altri SONO stanchi) le vivo come se fossero attacchi feroci alla mia persona. Così mi difendo, con le unghie e con i denti, facendo disastri, offendendo animi docili, lacerando rapporti solidi, ostruendo canali di comunicazione altrimenti sgombri e cristallini.
In tutto questo, io affollo ulteriormente la mia testaccia dura di pensieri che, se da una parte distraggono, di certo dall’altra non aiutano a mantenere la concentrazione necessaria a: 1. Non perdere il lavoro, 2. Non perdere la salute, 3. Non perdere il senno. Ma non posso farci nulla. Fuori da queste tristi mura che trasudano empietà (sì sì, io ammiro e apprezzo la società per cui lavoro) io ho una vita, due vite, molteplici vite, ognuna declinata per ogni singola personalità che si agita dentro la mia psiche. E l’entourage che le affolla mi fa pensare, mi fa desiderare, mi fa arrabbiare, mi sconcerta, mi atterrisce, mi esalta, mi comprende, mi rinnega, mi supporta e mi sopporta. Ed è a loro che io mi avvinghio quando sono stralunata dalla paura di fallire. E’ a loro che rivolgo una richiesta di aiuto o uno sfogo violento. E’ a loro che io penso, intensamente, continuamente, costantemente. A volte loro non lo sanno, ma affollano la mia mente con volti, frasi, ricordi, speranze e illusioni. E sono loro che spesso mi fanno sconfiggere le paure irrazionali e le angosce viscerali.
Quindi ben vengano i pensieri ad intasarmi le sinapsi. Ben vengano i desideri inappagati e le liti furibonde. Siano benaccolti sostegni e scontri. Continui a turbinare questa strana, incompleta, vacillante, molteplice vita.
You say you don't want it
Again and again
But you don't, don't really mean it
You say you don't want it
This circus we're in
But you don't, don't really mean it
You don't, don't really mean it
Venerdì scorso ero invitata al matrimonio di un collega e di una ex-collega, ora amica.
Tralasciando l'infernale coda da venerdì pomeriggio nel mese di luglio sulla tangenziale est di Milano, che mi ha fatto perdere la cerimonia (oltretutto cerimonia civile, quindi pure corta), e ignorando il caldoporco che c'era venerdì pomeriggio che mi ha fatto sudare l'insudabile e gonfiare i piedi stile tre porcellini, mi preme immortalare, e lo faccio su questo blog, l'avvenimento più gustoso di tutti i festeggiamenti.
Più o meno a metà cena, nella splendida cornice del castello dove la festa ha avuto luogo, appoggiata al muretto di un terrazzino affacciato sull'orrido del torrentello che scorreva sotto le mura, ho assistito ad un meraviglioso episodio di 'Vita da Brianzoli' (la famiglia della novella consorte arriva dalla florida e lavoratrice Brianza, appunto): il padre della sposa, mentre si fumava un sigaro seduto di fianco a me sul terrazzino, ha chiamato il novellissimo genero per proporgli un 'grappino'; quando il neosposo ha accettato l'offerta, mi aspettavo che il rude imprenditore lombardo schioccasse le dita e risucchiasse un cameriere al proprio cospetto per tuonare la comanda del cumenda ... e invece ... il galantuomo di provincia ha sollevato l'orlo del pantalone ed estratto una bottiglietta di vetro dal calzino, che neanche una SIG Sauer dalla fondina alla caviglia, porgendola al fresco marito della sua bambina.
Ho un nuovo idolo!