Domani, invece, io e l’agrodolce metà festeggiamo i 13 anni di … fidanzamento? Accoppiamento? Unione degli spiriti? Insomma, di reciproca sopportazione amorosa. E come ogni anno, lo giuro, come ognuno dei tredici che ci separano da quel primo incontro/scontro fortemente etilico, ha avuto luogo la seguente, breve, significativa, conversazione:
Io – Ti ricordi che giorno è martedì?
L’Agrodolce Metà – Uhm… il nostro anniversario!
Io – Esatto, il tredicesimo.
L’AM – Ma, scusa, non era il 16?
Io – Tecnicamente, dato che erano le 4 del mattino, era il 17. Comunque, grazie!
L’AM – Di cosa?
Io – Di lasciarmi almeno una certezza, nella vita.
L’AM – Cosa?
Io – Il fatto che, tutti gli anni, mi porgerai la stessa identica domanda.
L’AM – Ah, te l’ho già chiesto?
Io – Mi correggo, *LE STESSE IDENTICHE DOMANDE*.
Pare che questo animaletto spinoso sia monogamo e fedele a vita; anche se perde il compagno, non lo sostituisce.
Ieri i miei vetusti genitori hanno festeggiato i 45 anni di matrimonio. Ho pranzato con loro, guardandoli battibeccare tutto il tempo e non ho potuto fare a meno di pensare al porcospino e ai suoi aculei acuminati, così mi sono infilata un paio di guanti da forno emotivi, e li ho maneggiati con cura.
There's a good tradition of love and hate staying by the fireside
There's a good tradition of love and hate staying by the fireside
And though the rain may fall
your father's calling you
You still feel safe inside
And though your ma's too proud
your brother's ignoring you
You still feel safe inside
Tanita Tikaram – Good Tradition
Uno così,

anche quando fa così io me lo piglierei lo stesso...
Ma cosa mi succede, oggi!!!!
Dovrei fare come Nagiko e tenere pennello e inchiostro a portata di mano a fianco del letto, perché le migliori narrazioni, invettive, elegie, odi, lodi e lamentele scaturiscono dalla mia mente annebbiata in quell’ora, ora e mezza, in cui languo tra le coltri, in attesa di un sonno che fa il prezioso, ad ogni notte di insonnia tipo 1 che logora il mio ciclo vitale di sonno/veglia.
E’ frustrante addormentarsi, a fatica, con una ridda di parole ben concatenate a dipanarsi nei pre-sogni, sapendo che la mattina seguente tutto ciò che mi rimarrà saranno un pessimo alito mattutino e una vaga sensazione di aver perso un'altra volta il filo del discorso con me stessa.
Perché a me piace rileggere quello che scrivo, non per autocelebrazione o rafforzamento del mio io, ma per poter cogliere il proustiano bagliore degli stati d’animo che mi possedevano al momento della stesura di ogni mio scritto. E sapere che, alla fine, tra le sparute pagine di questo blog, si incaglino solamente queste rigide considerazioni pensose, mi lascia tristemente insoddisfatta, come se al posto di una delle mie torte fatte a suon di vigorose cucchiaiate di legno, mi ritrovassi al banco frigo del supermercato a comperarne una di quelle strappa-versa-inforna.
E non funziona neppure star seduta davanti al PC fino alle ore piccole, perché la vera ispirazione, quella galoppante, mi coglie solo una volta dismessi i panni da casa per la più comoda camiciona da notte e adagiata la testa sul cuscino.
Avendo quindi a disposizione una schiena possente che negli ultimi anni ha anche iniziato un progressivo aumento di superficie epidermica (solo grazie all’ingrossamento dei muscoli, per fortuna sua), con un semplice pennello alla mano (o anche un pennarello temporaneamente indelebile, anzi forse meglio) sarebbe da prendere in seria considerazione l’idea di lasciar libero sfogo alla creatività notturna senza abbandonare la posizione orizzontale, né il caldo e confortevole abbraccio delle coltri, elaborando i miei affollati pensieri in ordinate decorazioni cutanee dell’ignara agrodolce metà, dotata di un sonno catatonico pari solo a quello della sottoscritta, e che quindi potrebbe non accorgersi neppure della violazione del suo spazio epiteliale. Il passo successivo sarebbe tenere sul comodino una macchina fotografica per immortalare i miei fugaci pensieri pre-notturni intrappolati tra le costole di colui che pazientemente già sopporta varie mie manifestazioni di squilibrio. E il gioco sarebbe più o meno fatto. Se non fosse che sono mancina e il pennarello si stenderebbe in intellegibili strisciate di colore anonimo ed inespressivo, che a letto ci sto senza occhiali e di conseguenza non vedrei assolutamente nulla di ciò che scrivo (striscio) e che, sopra tutto il resto, sono la prima detrattrice di me stessa e che riesco a trovare falle logistiche anche nei voli pindarici più sconclusionati che esprimo.