L’oratorio in sé non era né meglio né peggio di qualsiasi altro, era solo un oratorio di provincia trista e mesta, che ci si potrebbe ambientare tranquillamente una fiction all’italiota e, devo ammetterlo, ha saputo regalarmi momenti di splendore: primo su tutti un giovincello prepubere che, giocando a ping-pong nella sala giochi, ostentava una succulenta felpina all-black con la seguente scritta spiccante in bianco brillate: “Cover me in chocolate and throw me to the lesbians”. Lo. Giuro. Impagabile. E già da solo avrebbe potuto allietarmi la giornata. Ma anche il gruppetto di musicisti da oratorio (appunto) mi ha regalato uno scintillate momento di gloria: quando un parente dell’agrodolce metà mi ha fatto notare che le musiche non erano poi malvagie, ho potuto, con sommo gaudio, fargli notare che Boy George, Cat Stevens e Fabrizio de André a distanza di pochi pezzi tramutavano la scaletta in un motivo di ira divina senza pari, o nell’inizio di una salace barzelletta: “Ci sono un gay, un mussulmano e un ateo…”. E la signora Cofana, a quanto pare gran dama del paesiello delle nebbie, presente a festeggiare il quarantesimo con un invisibile e scazzosissimo consorte, mi ha regalato la chicca finale, ostentando, abbinati ad una mise che ben si addiceva alla più integerrima delle perpetue, il più vistoso paio di kinky boots che io abbia mai adocchiato: 120 a spillo, tomaia in finta pelle stampa pitone fucsia metallizzato, incrostazione di borchie e catene, punta da sci di fondo. Un tripudio dell’eleganza di provincia, insomma.
Mi rendo conto che ho rischiato grosso, ieri, perché è cosa nota che se fissi troppo a lungo l’abisso, prima o poi… ma è stato più forte di me, cercare una scappatoia da quella situazione di panico ecclesiastico. Ma così sono arrivata quasi indenne alle 17.30 di domenica pomeriggio. E, a conti fatti, il vino rosso era anche di un certo pregio.
Amo quasi tutte le cover, odio quasi tutti i remake.
(il quasi è d'obbligo in ogni mia affermazione. Non so essere categorica quasi in niente.)
Che sofferenza, ora, la neve. Non c'è più sollazzo nel giocare a palle di neve, non c'è più gioia nel cacciar fuori la lingua e aspettare che vi si posi un fiocco bello grosso, non c'è più serenità nel pensare che le scuole domani saranno chiuse e che potrò stare sotto le coperte fino a che non sarà l'ora di andare a fare a palle di neve.
Ora c'è il problema di spalare il vialetto, la donna delle pulizie che non può venire perché in bicicletta si ammazzerebbe, l'incubo della strada per andare a prendere il treno, l'incubo del treno, l'incubo della metropolitana dopo il treno, quello del ponticello malefico sopra Porta Genova e quello di tutta via Tortona, dopo, per arrivare in un ufficio mezzo deserto dove tutti si lamentano dei loro personali incubi da pendolari. E poi c'è la parabola strozzata dal ghiaccio che non prende il satellite, e la mia macchina inutilizzabile serrata in garage.
Io lo so, cos'è questo nuovo status della neve, e lo detesto con la maggior parte di me stessa: è la consapevolezza di essere oramai, inevitabilmente, incontrovertibilmente, diventata noiosamente adulta.