"La suprema felicità nella vita è la convinzione di essere amati per quello che siamo, o meglio, nonostante quello che siamo."
V. Hugo
Aggiungerei che c'è una condizione inderogabile a questa felicità, signor Hugo: solo se chi ci ama è totalmente inconsapevole di amarci "nonostante", si può parlare di amore vero, altrimenti è solo un esercizio di stile che ci investe in pieno affetto.
Dopo sette lunghi anni di onorata e prolifica carriera, le iperattive gonadi del gatto Barone sono passate a miglior (?) vita.
Ne danno l'annuncio la rea ma irremovibile mamma e il tentennante e solidale papà umani.
Il cane Harold si interroga su dove potrà piazzare il proprio curioso naso d'ora in poi, ma accoglie la notizia con neutro distacco.
La weird family si riunisce attorno al gatto Barone, per somministrargli la dose quotidiana di antibiotico. Le gattine del quartiere già cercano aitanti sostituti.
Sono talmente tanto incasinata, che se potessi dire "Sono nella merda!" sarei felice, perché significherebbe stare molto meglio di come sto ora.
Qui niente è come sembra.
Ogni sorriso trattiene un coltello a fil di denti. Ogni complimento è stizza infiocchettata. Ogni apprezzamento pubblico è seguito da una venefica critica in privato accrocchio.
Persino il gruppo di colleghe con cui mi piace fare capanello per il pranzo o la pausa-sigaretta non si sopporta amorevolmente come sembrerebbe ad un osservatore esterno.
Gelosie, risentimenti, insoddisfazioni sfociano a mezza voce durante il tragitto in ascensore. Battute a senso multiplo sfrecciano come dardi acuminati tra la piadina ed il caffé. Commenti malevoli volano tra un fax e una rilegatura.
Eppure è un equilibrio, malato e zoppicante, ma è un equilibrio. Ora Lei ha scomposto tutto, almeno per me. Non faccio più buon viso a cattivo gioco. Ho iniziato a rispondere male. A risponderLe male. In pubblico. E col mio ruolo è davvero pericoloso. Ma non riesco a trattenermi. Colpa del caldo, colpa della stanchezza, colpa dell'insoddisfazione. Colpa sua, così meschina e così ottusa.
Io non odio mai, ma se odio, sono cazzi acidi. Per me, di solito.
Io ho un occhio più basso dell'altro, questione di centesimi di millimetro.
La mia collega, ex-modella, ha un orecchio più basso dell'altro e un occhio più esterno dell'altro.
Marilyn Monroe era tutto un errore di calcolo simmetrico e il Cellini ha sbagliato tutte le proporzioni del Perseo.
Quindi?
Mi piacciono le irregolarità nel volto e nel corpo umano. Non tropo accentuate (così mi spaventano un poco), ma una lieve dissonanza nei tratti speculari (tipo occhi, narici, gote, tempie, angoli della bocca, orecchie, ecc.) mi trasmette serenità, equilibrio, compatibilità, coerenza.
Quando sono spaventata mi porto appena sotto il naso del mio uomo e gli guardo le narici, ammirando come la sinistra sia lievemente più larga della destra, mi perdo a guardare la disomogenità dei suoi tratti, poi cerco l'occhio più largo, non più di mezzo millimetro, che non mi ricordo mai qual è, forse il sinistro, e oltre che dalla dolcezza dello sguardo, mi lascio irretire dalla capillare discrepanza delle iridi, ritrovando la serenità fugace che ultimamente, a giorni alterni, mi abbandona per lasciare spazio ad un'attanagliante depressione insonne.
E' una ricerca di modi alternativi ai tranquillanti, per curare le mie psicopatologie.
Qualche volta, funziona.
Quando un uomo dai penetranti occhi di brace, il cui sguardo riesce a mettermi in soggezione come pochi, dichiara di sentirsi salire la febbre perché la mattina ha indossato i fantasmini ancora umidi... perde quasi tutto proprio il potenziale erotico.
Ammetto però che, avercelo seduto di fianco per un imbarazzante, anche se breve, tragitto pendolare, è bastato comunque per agitarmi un poco.
Lei. L'altra.
Lei è ottusa, per niente brillante, senza aspirazioni, senza verve. Ha la voce querula e un tono cantilenante e lagnoso, anche quando cerca di esprimere il suo prosaico entusiasmo naif. Parla solo del figlio, che a 11 anni già dimostra di esserle degna prole. E non sa ascoltare, neppure quando stai rispondendo ad una domanda posta da lei. Non sa ascoltare nel modo più irritante: ti parla sopra, alzando la voce fino a che non senti più quello che stai dicendo, invadendo le tue casse di risonanza personali con quell'intonazione piagnucolosa e pedante. Non ne faccio poi una gara estetica, ma lei è scialba, senza alcun gusto nel vestire né nel porsi. Cammina a papera, ha un sorriso spento e tirato. Quando non parla del figlio, parla dei quattro gatti da piccolo schermo che incrocia nella palestra adiacente all'ufficio. Non vi dico il resoconto estenuante del suo stepping di fianco a Ramazzotti. Non ve lo dico perché non sono rimasta lì ad ascoltarla per più di 5 secondi.
Del resto la evito il più possibile ormai da anni, in parte perché mi da ai nervi a livello atavico, in parte perché la mia reazione mi riempie un poco di vergogna, mi fa sentire snob e boriosa e mi sento in colpa a non riuscire a sopportare una persona solo perché troppo diversa da me.
L'altra è gioviale, briosa, sorridente, spiritosa, frizzante, curiosa e chiacchierona. E' giovane e cordiale. E' molto carina (una Scarlett Johansonn rivista da Ortolani), flirta un pochino, ma senza mai scadere, sa reggere il gioco e la battuta, ha una spontaneità fresca e cordiale. L'ho soprannominata "la mia scimmietta", perché mi salta al collo ogni volta che mi vede. Se non sa, chiede e ascolta, se sa, ascolta e racconta. E' solare ed empatica. E malgrado le enormi differenze tra di noi, siamo andate d'accordo quasi subito. Affinità elettive, linguaggio da maschiaccio, disinvoltura verso argomenti scabrosi, ci hanno spianato la strada per un buon rapporto nine-to-five.
Siedono una di fronte all'altra. La prima è la segretaria anziana di un gruppo di barracuda con la cravatta, limitata ma servile coi potenti, tarda ma svelta nel cogliere le occasioni di rivalsa. La seconda è un nuovo acquisto, affittata ad interim, per testarne l'efficienza (il mercato degli schiavi del XXI secolo permette ai compratori di guardare anche denti e zoccoli del proprio bestiame, prima di decidere se acquistarli o di mandarli al macello), in affiancamento alla meschina megera.
Lei ha iniziato a temere L'altra fin dai primi giorni, guardandola impotente, mentre L'altra si integrava nel gruppo con scioltezza ed entusiasmo. Non so quanto abbia veramente fiutato il pericolo o quanto sia semplicemente gelosa di qualcosa che mai potrà capire, fatto sta che ha iniziato a darle contro. Ma non apertamente, questo mai! No, ha iniziato a denigrarla davanti al suo capo, ovvero al capo-barracuda, troppo preso dall'impegno di navigare nelle proprie acque in cerca di povere vittime, per andar a verificare di persona la veridicità delle infamie, troppo padrone per ignorare le insinuazioni di sindacalismo (che qui è più o meno come dire "crimine"), troppo povero di spirito (tanto quanto ricco di denaro) per capire di essere diventato strumento di potere nelle mani di una spregevole arpia. E il risultato finale, ovviamente, è che L'altra vedrà il suo capestro interinale scadere tra poco, cadendo nel vuoto, senza rinnovo, senza assunzione.
E io, che dalla mia invidiabile posizione vedo tutto questo accadere, non posso far altro che stare zitta, impedire al mio fegato di scoppiare e mandar giù rospi grossi come palloni da basket, perché le informazioni di cui entro in possesso dentro questo cazzo di ufficio, qui devono rimanere. Non posso dire nulla a L'altra, né posso insultare pubblicamente Lei.
C'è solo una sottile, magrissima consolazione in tutto ciò: la riprova, l'ennesima, che se il mio istinto mi fa rimanere a distanza da una persona, mi fa dubitare di lei e me ne fa avere una bassa considerazione, il motivo valido per seguirlo, alla fine, si palesa sempre.
Però vorrei veramente poter far qualcosa. Non potendo più salvare L'altra, vorrei almeno farla pagare a Lei, e con gli interessi. Idee da suggerire?
Non so decidermi se mi irriti di più l'essere sottostimata durante i periodi di calma piatta, quando il mio lavoro di tutti i giorni non viene recepito, né notato, quindi non apprezzato, oppure il ricevere elogi calcolati durante i momenti di massima urgenza, quando pare che solo io sia in grado di far fronte alla contingenza, alle politiche di gestione e all'isterismo collettivo.
Io sono una cazzona, cazzara e fancazzista! Com'è che mi sono ritrovata a recitare la parte di faro nella notte?