Questo è il capitolo, un po' misero, a onor del vero, in cui la protagonista impara che:
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non ha più l'età per fare le ore piccole al PC, che il giorno dopo tutto il corpo duole e il cervello diserta;
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il sonno può amplificare la percezione di taluni stati d'animo, solitamente in peggio;
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la sensibilità verso certi argomenti, è ben lungi dall'essersi affievolita;
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la sincerità non paga, se non è riconosciuta come tale;
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esprimersi con un groppo in gola e un gorviglio nel petto è difficile e doloroso;
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il vero affetto non è fatto di segreti e omissioni, né di sotterfugi o provocazioni.
La protagonista è stufa di imparare demotivanti facezie.
Almeno nell'altro capitolo le lezioni imparate avevano un certo valore.
Adesso c'è solo sofferto disincanto.
Necessaria si impone una doverosa premessa: non odio il design, anzi. Certi elementi di modernariato anni '60 o '70 mi fanno salivare e desiderare di essere miliardaria per potermi permettere acquisti sfrenati di poltroncine girevoli dalla forma ovoidale e di altre amene facezie.
Premessa conclusa, indispensabile erutta lo sfogo: il marciapiede per raggiungere l'ufficio è già stretto stretto, disconnesso e con quei ciùspia di antiparcheggio tubolari che arrivano ad altezza ginocchio, pericolosi per la deambulazione di chiunque (figurarsi la mia, casuale); il percorso è già seminato di variabili da parco giochi INAIL, come escrementi canini, raccolta differenziata, farina bagnata, acquerugiola melmosa, bucce di frutti in fermento, per tacer delle buche; il passaggio sopraelevato che scavalca la stazione già mi strappa i polmoni dal petto ogni mattina e ogni sera di tutti i giorni lavorativi.
Dunque, dati la premessa e lo sfogo, i malati della novità, i maniaci del pezzo unico, gli entusiasti della hahata griffata non me ne vogliano, ma il Fuori Salone è una gran rottura di catso, se in Via Tortona ci lavori.
Il pranzo è stato divertente, lo ammetto: in mezzo a operai multietnici, di egual, gradevole, stazza muscolare; in mezzo a cubi di plexiglass in divenire, divani sventrati, mucche patchwork, bouquet grossi come le piramidi di giza, installazioni multimediali tra il ktisch e il faceto, cartelli segnaletici indecifrabili e cucine high-tech inastallate all'aria aperta.
Ma sapere che, per tutta la settimana, rischio di perdere il mio solito treno, perché all'ora del pendolare la popolazione autoproclamatasi indigena lascia i propri lugubri alloggi e si immerge nei variopinti aperitivi che gravitano attorno al FuoriSalone, ostrunedo la strada ai miei 14 minuti di corsa contro il tempo, mi rende irritabile e poco propensa alla contemplazione di pezzi riciclati (nelle idee, nei materiali, nella concezione e nella datazione) ma con prezzi nuovi-nuovi, senza avere secrezioni cerebro-acide che intimoriscono anche me.
Continuo a dirmi che sto invecchiando e inacidendo, ma una vocina astiosa e stizzita ripete di continuo un mantra dentro di me: "Stai solo diventando più saggia, un po' intollerante, ma saggia".
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 15:07 |
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Seduta, incastrata, contorta, estasiata.
Le poltroncine del Conservatorio Giuseppe Verdi sono una tortura, eppure me ne sono resa conto a stento, sommersa dai brividi estatici e dall'accapponarsi della pelle della schiena ad ogni nota che Lisa soffiava nel microfono, in quella posa algido-statica, che faceva un po' manequin d'altri tempi.
Temevo la noia, lo ammetto. Ma ho dovuto ricredermi e ho avuto il piacere di rinfacciarmi la mia ottusaggine, di ricordarmi che me l'ero detto che non dovevo perdermela anche 'sta volta, contenta di non dovermi recriminare nulla.
Un solo particolare mi ha inquietato (del concerto, perché delle poltroncine mi ha inquietato tutto): udire le prime note di Now we are free e sentir crescere la voglia di fare colazione, ad ogni soave fraseggio del pezzo.
Mia nipote mi adora, è un inspiegabile dato di fatto. E non è piaggeria, perché sa che da me può ottenere ben poco, tranne forse le mie magliette che adora, ma quelle mi ha già schiettamente richiesto di 'ereditargliele'.
Quando le spiego io una cosa, ascolta con molta attenzione, con enorme stizza da parte di genitori e nonni; quando le viene un disegno particolarmente bello lo dedica sempre a me (che poi mia sorella si dimentichi puntualmente di consegnarmelo, ha del freudiano); quando può usarmi come esempio, lo fa senza indugi.
Conversazione tra mia nipote e sua madre/mia sorella (riportatami da quest'ultima):
Nipo- No no, a me proprio i piercing non piacciono neanche un po', non me li farò mai. (pausa)
Sorella- (...)
Nipo- Però c'è gente a cui stanno bene, eh! Ad esempio alla zia, i piercing stanno molto bene e vederli su di lei non è fastidioso. (pausa)
Sorella- (...)
Nipo- (...)
Sorella- (...)?
Nipo- Tu lo sai no, che la zia è un po' cicciotta? (Ndr: affetuoso eufemismo)
Sorella- Sì...
Nipo- Però io quando penso a lei, non penso mai che sia cicciotta, sai? Non mi viene proprio.
Ecco, la adoro anch'io, adesso.
haroldandmaude ci sta ancora pensando su dalle 15:13 |
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